Demografia e immigrazione

La Spagna perderebbe più di mezzo milione di abitanti nei prossimi quindici anni e 5,4 milioni fino al 2066 e il problema dello spopolamento colpisce 4.200 comuni in tutto il Paese. Come coniugare la possibilità di accogliere migliaia di rifugiati per ripopolare i paesini vuoti?

Ogni due anni l’Istituto nazionale di statistica spagnolo (Ine) pubblica la sua Proiezione della popolazione, una simulazione statistica delle dimensioni e la struttura demografica del Paese nei prossimi cinquanta anni, se si mantengono le tendenze nelle nascite, morti e movimenti migratori. L’ultimo rapporto (ottobre 2016) offre una prospettiva leggermente più ottimista riguardo a quello del 2014, ma è comunque sconfortante: «La Spagna perderebbe più di mezzo milione di abitanti nei prossimi quindici anni e 5,4 milioni fino al 2066». I dati sembrano non sorprendere esperti come Vicente Pinilla, cattedratico di Storia economica dell’Università di Zaragoza, perché stato già avanzato che «dal 2040 in poi tutti i continenti tranne l’Africa perderanno popolazione».

C’è da distinguere però una grossa differenza tra le aree urbane e il mondo rurale, costituito questo dai comuni sotto i 10.000 abitanti. Questi accumulano una storia di spopolamento che ormai dura decenni, con una breve parentesi agli inizi degli anni 2000 dovuta all’immigrazione.

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Un esempio rappresentativo, denominato pochi anni fa «Serrania celtiberica» dallo storico Francisco Burillo, è un territorio con due volte l’estensione del Belgio che appena raggiunge una densità di 7,98 abitanti per chilometro quadrato (la media nazionale è di 92 abitanti). Un vero deserto demografico, che alcuni hanno etichettato come «Lapponia del Sud» per la bassa densità di popolazione. Gran parte degli oltre 1.600 comuni che formano questo deserto sono distanti più di quarantacinque minuti dalla città più vicina e il 40% dei comuni non supera l’età media di cinquanta anni.

Non è l’unico caso, c’è ne sono altri. Secondo un recente studio del Centro studi demografici dell’Università autonoma di Barcellona il problema dello spopolamento colpisce 4.200 comuni in tutto il Paese. Una situazione che richiede politiche adeguate per impedire che la «Spagna vuota» avvenga come realtà di fatto. A questo riguardo, lo studio mira verso il fenomeno migratorio: «Questo gruppo di popolazione è l’unico in grado di correggere l’attuale situazione demografica fatiscente della popolazione rurale».

In questa direzione si muovono alcune iniziative, pensate già da quando l’Ue stabilì quote di ridistribuzione dei rifugiati, ma che ora sembra essersi stimolate dagli ultimi avvenimenti nel Mediterraneo. Un esempio: le provincie di Valladolid e Salamanca, nel centro ovest della Spagna, avevano studiato l’anno scorso la possibilità di accogliere migliaia di rifugiati per ripopolare i paesini vuoti. Inchieste molto serie e approfondite tra la popolazione rurale dimostrarono che l’idea non era assurda. Ma chi si è fatto avanti pochi giorni fa è stato il presidente della regione di Valencia, città che accolse i migranti dell’Aquarius. Ximo Puig, in un recente viaggio in Bruxelles, ha proposto al direttore dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, Eugenio Ambrosi, di tenere un vertice tra le regioni del Mediterraneo europee e africane allo scopo di trovare «i punti di collegamento tra la sfera culturale, quella economica e quella sociale» allo scopo di avvicinare i due continenti. Puig è preoccupato dal fatto che si stanno diffondendo tante bugie riguardo all’immigrazione, e non si possiamo permettere di «inferire paura alla popolazione perché non siamo di fronte a una valanga, siamo di fronte a situazioni di estrema povertà e gravità che spingono le persone a rischiare la propria vita per uscire da quella situazione».

 

 

 

 

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