Davide e la civiltà del pareggio

Siamo nell’era dell’immagine. Nella stagione dell’onnipresente diplomazia, così accomodante da riuscire ad adattarsi ad ogni moda, preoccupata d’ammiccare un po’ equivocamente a tutte le tendenze, pur di non perdere audience, di non calare di consenso, di potere. Siamo nel bel mezzo della civiltà del pareggio. Del tormentone delle due colonnine sui giornali, una di fianco all’altra; delle immancabili due facce in tv: la voce a favore e quella contraria. Per esasperato fair play, per immolare tutto sull’altare del politically correct. Non si brucia più d’ardore per la verità. Non interessa raggiungerla, anche a costo di scontrarsi (civilmente s’intende!). Perché la verità ammette un vittorioso e uno sconfitto; oppure un timoroso e riverente silenzio. E questo oggi non piace. Perché si vive nella convinzione che la verità non esiste: anzi, che è un male cercarla. Così si esalta il pareggio, nel quale tutto s’esaurisce. Raggiunto quello è fatta! Non è bene spingersi oltre, tentare il doloroso passo in avanti per sforzarsi di raggiungere quella verità così difficile da afferrare. Così oggi tanti storcerebbero il naso, di fronte alle vicende antiche del re Davide. Guerriero coraggioso e leale, ma anche spietato e sanguinario; allo stesso tempo politico e profeta, e anche poeta sensibilissimo, che sulla corde della lira compone incantevoli salmi. Un personaggio complesso, che sa godere dell’amore delle donne e sa dare amore; che conosce quel sentimento rarissimo che è la più profonda amicizia fra uomini; che è capace di grandi crudeltà e di smisurata generosità; che agisce con spregiudicatezza, ma anche è dotato di profonda umiltà nel riconoscere i propri errori, e la voce dell’Eterno in persone indegne che lo insultano. Un’anima immensa, di quelle che oggi scarseggiano. Un ardente amante di Dio. Ci piace vederlo duellare con l’enorme Golia, che ridicolizza le armate d’Israele. Davide, il pastore, il giovanetto fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto, gli si fa incontro con una fionda in mano e con l’audacia della fede nel cuore: Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai insultato. Il suo successo è coronato dalla popolarità. Le donne in piazza ne cantano le lodi: Saul ha ucciso i suoi mille, Davide i suoi diecimila. Ci piace vederlo sulle colline della Terra Santa, ramingo partigiano inseguito da Saul e dai suoi armati. Lì, in una grotta, ha l’occasione d’uccidere il nemico che lo tormenta senza tregua. Ma non lo fa: la sua nobiltà d’animo non gli permette di stendere la mano contro l’unto del Signore, anche se lo perseguita. Quando Saul se ne accorge piange e grida: Tu sei stato più giusto di me, perché mi hai reso il bene, mentre io ti ho reso il male. Ci piace vederlo su quelle colline quando s’appressa all’accampamento di Abigail, la bella e intelligente moglie dell’ottuso Nabal. Che accidentalmente morrà, per cui Abigail andrà in sposa al giovane guerriero. Ci piace sentire nelle tende d’Abigail l’andirivieni delle serve, il frusciare delle vesti, il tintinnare degli ornamenti; inebriarci delle essenze e dei profumi; godere degli odori del cibo che ella prepara per lo sposo. L’incontro tra Abigail e Davide è abbagliante. Ci piace ancora vederlo in mezzo alla sua gente sbalordita, mentre esplode in una sfrenata danza, per la gioia dell’Arca che torna in Israele. Lui, il re, balla con tutte le sue forze e assai svestito; incurante dei rimbrotti dell’acida Mikal, una delle sue mogli. Ma è così felice per la ritrovata presenza del Signore fra il popolo che non tiene in alcun conto la sua immagine politica. Poi, tutti lo sanno: Davide, commette gravi peccati. Proprio lui, l’amante gioioso di Dio, s’unisce in adulterio a Betsabea, e quando sa ch’è incinta comanda vigliaccamente ai suoi soldati di togliere di mezzo l’onesto marito. Adulterio, assassinio, abuso di potere. Oggi, in piena epoca di soggettività non concepiamo più la categoria del peccato. Che richiama per suo natura quella del pentimento e del perdono. No: oggi esaltiamo una rettitudine morale, fatta però a nostra immagine e misura. Quando un obbiettivo ci pare troppo alto e difficile da raggiungere, lo eliminiamo. Lo consideriamo obsoleto, oscurantista. Non ci piace parlare di peccato, perché il peccato richiede di misurarsi con le insondabili profondità della verità eterna. Preferiamo confrontarci con i parametri che noi stessi stabiliamo. Danno fastidio le anime grandi, le aquile, che a volte commettono peccati orribili. Piacciono di più le galline. Ma se alle aquile succede d’abbassarsi più delle galline, a queste non capita mai di sollevarsi fino alle nuvole. Così fatichiamo a capire il resto della storia. Non conosciamo più il tumulto nella coscienza di Davide, quando Natan – suo collega in profezia – lo affrontò e gli chiese conto delle sue azioni malvagie. Non comprendiamo i moti del suo cuore, il suo viscerale pentimento, il suo sgomento per aver tradito Dio e gli uomini.Non conosciamo le lacrime in cui si lavava ogni notte di pianto nel letto, il riconoscimento pubblico del suo errore, la sua umiliazione di fronte al popolo. E quindi fatichiamo a concepire come la sua anima si sia rivolta a Dio improvvisando sulla lira le commoventi parole del Miserere: Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato. Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto… Purificami con issopo e sarò mondo; lavami e sarò più bianco della neve…. No: oggi avremmo spavaldamente tentato di negare tutto; affidando la difesa ad uno o più avvocati di grido. Oggi si sarebbero levati gli ipocriti puristi – gongolanti nel veder traballare l’avversario politico o d’affari – a riaffermare i rigidi dettami d’una impeccabile (quanto improbabile!) condotta morale. Ne avrebbero chiesto le dimissioni, perdendo forse l’unico sovrano illuminato dell’antichità d’Israele. In entrambi i casi però, nessuno si sarebbe sentito confrontato dalla verità, ma solo dall’opportunità. Non concependo più il pentimento, riteniamo un’assurdità il fatto che Dio lo perdoni. Perché è vero: Davide ha commesso gravissimi peccati che lo bolleranno per sempre nella storia. Ma il suo amore per Dio è risultato più grande della sua debolezza. E Dio ama quest’anima generosa, accetta la sua richiesta di perdono e non ritira la sua benedizione. Anzi, pur punendolo, gli conferma che dalla sua discendenza nascerà il Messia. La sua vita, di peccatore sinceramente pentito, rimane un faro nei secoli. No, oggi, in piena civiltà del pareggio, avremmo scritto due colonnine sul giornale: l’esperto favorevole, l’opinionista contrario. E sarebbe finito tutto in qualche dibattito tv. Per audience.

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