Dal vecchio al nuovo mondo

Nei concerti romani a Santa Cecilia il direttore ceco Jakub Hrusa propone la Sinfonia “Dal nuovo mondo” di Dvoràk e la Messa glagolitica di Janàcek.
Jakub Hrusa (Credit: Andreas Herzau)

Due artisti pressoché contemporanei, boemi entrambi, amici eppure così diversi. Quando Antonìn Dvoràk fece ascoltare nel 1893 a New York, alla Carnegie Hall, la sua Sinfonia n. 9 Dal nuovo mondo, fu un successo strepitoso.

Il boemo aveva capito che l’America doveva trovare le sue origini indiane e afroamericane più che europee. Lo fece unendo temi marziali e trionfalistici con gran uso di ottoni ad illustrare la nazione delle conquiste terrestri e in futuro spaziali con il sentimento notturno di una città che “non dorme mai”, sull’eco di melodie dei “nativi” ripensate da un musicista profondamente europeo, ma affascinato dalla cultura multietnica americana.

Quel che ne è nato è un lavoro che tanti conoscono, magari ignorando addirittura l’autore, grazie ai temi incisivi, alle malinconie, alle suggestioni ritmiche e ai colori di una orchestrazione splendida. Mondi del passato ed evocazione del futuro. Ci vuole un direttore coraggioso, giovanile e preciso per ridare smalto ad una musica notissima e non fermarsi alla esteriorità della seduzione orchestrale.

Hrusa, sorridente, trascinante, entusiasta e precisissimo è la persona adatta e l’orchestra ceciliana, felicissima nelle prime parti come negli insieme, risponde con gioia trascinante. Quando si dice che un concerto riesce bene se c’è unità di intenti – direi amore se il termine non suonasse abusato e ambiguo, oggi – tra chi dirige, chi suona e chi ascolta veramente.

Così quando nella seconda parte si affronta la cosiddetta Messa glagolitica di Leòs Janàcek, ateo dichiarato eppure autore di una messa “cattolica”, si sente che ci si apre un altro mondo, anche perché siamo nel 1927, ci sono state una guerra mondiale e la rivoluzione russa: un altro universo. L’autore si richiama nel termine “glagolitico” a una delle due forme più antiche dello slavo scritto: il cirillico e appunto il glagolitico.

Il musicista ha 73 anni, è ricco di esperienza, apre ad un futuro dissonante, acutissimo, immerso in una natura panica, in una spiritualità accesa che suscita tensione. Una musica che procede a strappi: piano-forte, calmo-acceso, viaggia verso l’acuto (tenore e soprano) e sia nell’organo che nel coro suscita tensioni apocalittiche.

Dal vecchio mondo europeo ormai siamo in braccio ad un altro universo, mondiale, quello di un linguaggio che esprime la ricerca ansiosa di nuove dimensioni espressive.  Direzione ancora fascinosa come il cast boemo di solisti perfetti. Lavori dunque da ascoltare per capire noi oggi quel che questi musicisti hanno capito e detto: la storia non si può fermare, va avanti, anche se con dolore.

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