Da qui passò Paolo

Tre Taverne e Foro di Appio, due località laziali attraversate dall’apostolo delle genti in catene durante il suo viaggio verso Roma.

«I fratelli di là [Roma], avendo avute notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre taverne. Paolo, a vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio». Di somma importanza per la storia del cristianesimo a Roma è questo passo degli Atti degli apostoli. Vi si narra l’incontro, avvenuto probabilmente nella primavera dell’anno 61 d. C., tra alcuni christifideles romani e l’apostolo Paolo, condotto prigioniero nella capitale dell’Impero con l’accusa di aver provocato gravi disordini a Gerusalemme: la più antica testimonianza della presenza, nell’Urbe, di una comunità cristiana appena pochi decenni dopo la morte di Gesù. Una comunità che doveva essere già numerosa, se appena tre anni dopo, nel 64, epoca della persecuzione seguita all’incendio neroniano, veniva descritta dallo storico Tacito come una multitudo ingens.

Nel citato brano di Luca, cui si attribuisce la redazione degli Atti, Foro di Appio e Tre taverne erano un importante luogo di sosta per quanti, provenendo da Sud (era appunto il caso di Paolo, sbarcato a Pozzuoli, e della sua scorta militare), risalivano la via Appia imboccata a Capua: la prima località era situata al XLIII miglio della regina viarum, la seconda al XXXIII, ossia circa cinquanta chilometri prima di Roma.

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Il nome Tres tabernae, contrassegnato dalla vignetta di un edificio termale – e ciò dice la rilevanza del sito – compare come mansio nella famosa Tabula Peutingeriana, copia medievale di un itinerario stradale dell’Impero romano disegnato verso la metà del IV secolo d. C. Con questo termine mansio (da manere = fermarsi, rimanere) venivano definite, in età imperiale, le stazioni di sosta distribuite lungo le vie consolari per il riposo di dignitari, ufficiali o di chi viaggiasse per ragioni di Stato (lo stesso imperatore poteva alloggiarvi nei suoi spostamenti). Erano strutture di ospitalità, di solito fornite di ogni comfort, compresi i bagni termali, il presidio medico e il mercato. E tale doveva essere Tre taverne, dove il termine taberna, più che “taverna” come la pensiamo oggi, va inteso nel senso di “ostello”.

Queste anticipazioni delle moderne stazioni di servizio sulle nostre autostrade distavano in media 40 chilometri l’una dall’altra, intervallate ogni 17 chilometri da punti di sosta minori per il cambio dei cavalli. Durante l’Impero esse costituirono un importante strumento di colonizzazione e controllo delle nuove province. Col tempo, infatti, attorno ad una mansio poteva svilupparsi un vero e proprio centro residenziale. E proprio questo accadde a Tre taverne, importante incrocio della via Appia con l’asse trasversale tra i Monti Lepini e la costa. Se a ciò si aggiunge il prestigio derivante dal passaggio dell’apostolo Paolo, si comprende meglio come già all’indomani della pace religiosa sancita da Costantino nel 313 il piccolo borgo diventasse sede vescovile: ciò che suppone la presenza di un complesso ecclesiastico le cui tracce saranno forse rivelate da futuri scavi. Del primo vescovo ci è stato tramandato anche il nome: Felice.

A causa dell’impaludamento dell’area pontina attraversata dall’Appia, che determinò il progressivo abbandono dell’abitato, facendo preferire a chi viaggiava un percorso alternativo, la diocesi non sopravvisse oltre la metà del IX secolo, con un intervallo di due secoli e mezzo in cui fu trasferita a Velletri in seguito alle distruzioni longobarde della fine del VI.

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Scavi recenti hanno identificato il sito di Tre Taverne al chilometro 51,1 della piana, in un’area di circa due ettari a sud di Cisterna di Latina. Qui, lungo il margine destro della moderna statale Appia, perfettamente sovrapposta al tracciato romano tra due filari di bellissimi pini marittimi, è stata rinvenuta parte di un più vasto insediamento che si estendeva su entrambi i lati della via pubblica: resti di epoche diverse e scarsamente conservati in elevato, che hanno restituito tuttavia numerosi mosaici con motivi geometrici e vegetali, insieme a frammenti di affreschi.

Chiaramente riconoscibili sono alcuni edifici di carattere commerciale, un piccolo impianto termale dai tipici pavimenti rialzati su pilastrini per la circolazione dell’aria calda, un pozzo e una cisterna per l’acqua; non mancano spazi aperti che dovevano essere sistemati a orto. È stato rimesso in luce anche un viottolo pavimentato con basoli di calcare che si diparte dall’Appia, dotato di una piazzola per consentire le manovre dei carri.

I ruderi di un grande edificio di lusso che si sviluppava attorno ad un giardino fanno invece pensare ad una funzione alberghiera per viaggiatori importanti. Uno degli ambienti, forse una sala di rappresentanza, ha restituito un mosaico policromo particolarmente raffinato: una scena agreste che vede raffigurati in primo piano due servi mentre caricano sul dorso di un mulo la preda di un cervo, mentre in alto due personaggi mollemente sdraiati sono intenti a conversare dopo la battuta di caccia.

Quanto al Foro di Appio, precedente tappa di Paolo, le prospezioni geofisiche degli archeologi hanno individuato nel sottosuolo una analoga mansio con la presenza di magazzini, di un porto fluviale, di un santuario, di panifici e laboratori per la produzione di ceramiche e metalli. Fondata probabilmente a fine IV-inizio III secolo a. C., contemporaneamente alla costruzione della via Appia, questa stazione di posta descritta da Orazio come brulicante di barcaioli e di osti malandrini rimase abitata fino agli-inizi del VI secolo d. C. per venire anch’essa abbandonata nell’Alto Medioevo a causa della malaria che rendeva la vita impossibile.

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Sul luogo sorge oggi Borgo Faìti, piccolo centro rurale inaugurato nel 1933 in occasione della bonifica fascista delle paludi pontine. Una lapide sulla facciata della chiesa ricorda il passaggio dell’apostolo delle genti e il suo incontro con la delegazione romana. In attesa di scavi che riportino in luce l’antica mansio, ogni anno gli abitanti del posto, discendenti degli assegnatari veneti, friulani e ferraresi dei poderi bonificati, organizzano una rievocazione storico-religiosa dell’evento con costumi e scenografie d’epoca. Di nuovo un san Paolo in catene percorre con la sua scorta militare le vie del piccolo borgo e, incontrati i fratelli di fede, ne trae coraggio per affrontare ciò che lo attende a Roma.

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