Da 150 morti alla pace

La città e i conflitti è stato il tema del Convegno promosso dal Movimento politico per l’unità e dal Centro internazionale Giorgio La Pira in occasione della visita a Firenze di una ventina di leader gandhiani del Sud dell’India. Al termine dei lavori la dott.ssa Kezevino Aram, relatrice della prospettiva gandhiana, ci ha rilasciato un’intervista. Lei vive a Coimbatore, città significativa nel contesto di un’economia e di una socialità assai globalizzata. Qual è la vostra esperienza di conflittualità nella città? Coimbatore si trova nello Stato del Tamil Nadu, nel Sud India, con una popolazione di un milione e mezzo di abitanti. È famosa per le sue innovazioni nel settore del tessile e della tecnica. Grazie alla ricchezza del suolo e alle capacità di lavoro della gente, la città del cotone – chiamata anche Manchester dell’India -, è caratterizzata da molteplici imprese e da un’economia da anni in ascesa costante. Fin dall’antichità Coimbatore è sempre stata fiorente così come lo sono stati i suoi abitanti. Quindi assenza di conflitti? Assolutamente no. Quattro decenni di pace, sviluppo e progresso sociale hanno fatto sì che la gente di Coimbatore desse per scontata l’armonia sociale. Ma si è progressivamente infiltrato un sentimento sottile di compiacenza e di negligenza. Investire tempo, emozioni e risorse nel lavorare a favore degli altri non era considerata una necessità prioritaria; non era un investimento che potesse portare guadagni sicuri. Sulla questione dei rapporti umani, l’India ha proposto il modello di Gandhi. Valori dimenticati? Non è vero, anzi! Per esempio, oggi si parla molto di scontro di civiltà, ma proprio chi ne ha coniato la formula, lo storico inglese, Arnold Toynbee, ha apprezzato molto il ruolo di Gandhi nel nobilitare la politica. Afferma, infatti, che se scienza e tecnologia progrediscono a balzi, l’uomo finisce per rimanere arretrato nel campo dei rapporti umani, come in quello dei valori morali. Il settore delle relazioni impersonali è l’ambito in cui l’uomo manifesta i suoi caratteri peggiori e in un tale campo così negativo, la politica rappresenta la zona più problematica. Parlando di Gandhi, afferma inoltre che la politica non può essere redenta a meno che gli spiriti più nobili si dedichino a questo compito così poco attraente. Nell’era atomica più che mai c’è bisogno di santi che vi si tuffino fino al collo, capaci poi di riemergere senza esserne stati contaminati. Gandhi era uno di questi santi: si tuffò nel lago della politica e ne riemerse spiritualmente incontaminato. La società moderna ha assistito alla divisione artificiale fra Stato e religione. Sappiamo che in India le comunità delle diverse fedi continuano ad essere viste non solo come fonte di valori ma anche come riferimenti sicuri per voti elettorali. Torniamo a Coimbatore. Quale è stato il momento critico nella vita della città? Nel novembre 1995 sei bombe esplosero, una dopo l’altra, nella zona più affollata della città. Nel giro di un’ora persero la vita più di 150 innocenti. Le ore seguenti furono caratterizzate da uno stato generale di choc, ma presto rabbia e caos presero il sopravvento. A causa delle interruzioni delle comunicazioni la gente fu presa dal panico e trascorsero varie ore, prima che riuscissimo a capire cosa fosse veramente accaduto. Quale tipo di conflitto è emerso? Di natura religioso-sociale. In serata, infatti, le autorità annunciarono che i sospettati facevano parte di un’organizzazione militante islamica. Un sentimento di rabbia e di vendetta s’impadronì della comunità indù, perché la maggioranza dei morti appartenevano ad essa. Alcune organizzazioni indù di destra si fecero garanti della legge e lanciarono attacchi nelle zone musulmane della città. Seguirono dieci giorni di attacchi e contro-attacchi fra indù e mussulmani, mentre le reti televisive trasmettevano 24 ore al giorno quanto stava avvenendo. Un forte senso di paura e di trepidazione s’impossessò della gente e la vita della città si bloccò. Si verificarono attacchi ai politici che, nel tentativo di ristabilire la pace, dovettero trovare nuovi alleati, soprattutto fra i rappresentanti della società civile e i leader religiosi. Alleanze assolutamente impreviste. So che le conseguenze di questa tragedia si sono trascinate per un decennio, caratterizzato da un sospetto costante fra le comunità musulmana e indù, da ingenti perdite a livello economico. A questo punto cosa è successo? Lo potrei definire un processo di difesa pacifica, cominciato con l’assunzione delle proprie responsabilità riguardo alle cause della violenza che aveva stravolto la città. Si trattava di accettare il fatto che qualcosa non aveva funzionato a dovere, permettendo così al seme della violenza di penetrare nel corpo sociale. È stato un processo doloroso perché, in circostanze difficili, è facile attribuire la responsabilità ad altri. Leader della vita politica, d’istituzioni della società civile e di comunità religiose si sono riuniti, a 24 ore dallo scoppio della violenza. Quali le soluzioni? Membri dello Shanti Sena (Brigate della pace ispirate allo spirito gandhiano) sono entrati disarmati nelle zone colpite dalla violenza, con cuore aperto e con l’impegno di alleviare la sofferenza e ristabilire la fiducia. Due settimane di visite nelle case, d’assemblee nei caseggiati, di preghiere, di comunicati stampa e d’incontri hanno permesso alla gente di passare da uno stato di choc a un atteggiamento di speranza. Tutto ciò non significa che l’inatteso scoppio di violenza fosse cancellato del tutto, ma seguì un cessate il fuoco che impedì ulteriori perdite di vite e di beni. n processo di coscientizzazione? Lo definirei proprio uno sforzo di coscientizzazione dei cuori, un elemento indispensabile nel processo di mobilitazione della gente. È un atteggiamento fondamentale nei processi di soluzione a situazioni conflittuali di radice religiosa. La Brigata della pace di Coimbatore sapeva bene che il cessate il fuoco avrebbe portato a una pace duratura solo se la gente della città fosse stata coinvolta nell’intero processo. Per questo nei 16 mesi successivi si sono svolti innumerevoli incontri di preghiera e i leader religiosi si sono uniti per dar vita ad una comune piattaforma di pace. Le problematiche affrontate andavano dalla necessità di interazioni reciproche fra le diverse comunità alla possibilità che l’amministrazione civile promuovesse iniziative per una soluzione armonica delle tensioni religiose, permettesse ai giovani di aver un luogo per poter esprimere le loro preoccupazioni, e, infine, valorizzasse il ruolo dei media che, come sempre, tendono a mettere in evidenza la violenza piuttosto che la coesistenza. Martin Luther King affermava che la scelta non è tra violenza e non violenza, ma piuttosto fra non violenza e non esistenza. Come definirebbe la pace? Non ho una risposta predefinita. Preferisco rispondere con una serie di interrogativi. Che cosa è la pace? È uno stato mentale? È una questione di realtà di sentimenti e di vita? O piuttosto, è il filo che collega le esperienze di vita e che permette la piena espressione di tutte le potenzialità interiori dell’essere umano e delle aspirazioni collettive di una società? La pace è un viaggio dell’uomo, lungo e laborioso, ma anche gratificante. Grazie allo sforzo di pace concertato, in dieci anni Coimbatore è tornata alla sua vivacità ed è, oggi, in una fase fiorente. Come si suole dire da noi: We are back to business, si è tornati agli affari. Sappiamo che dobbiamo investire nella pace se vogliamo vivere in pace. Alla fine, che cosa ha insegnato Coimbatore ai suoi cittadini e all’India, e cosa può insegnare a città dove i conflitti sono in atto? A Coimbatore abbiamo imparato dolorosamente, a nostre spese, che si può passare dallo scontro alla cooperazione. Ma questo richiede la promozione della comprensione umana dell’altro. È necessario essere attenti ai complessi processi di trasformazione e alle molteplici diversità presenti nel nostro ambiente come pure alle sperequazioni che, oggi, affliggono le nostre città e le comunità. Contribuire al villaggio globale – alla mega-città – non sta nel negare le identità fondamentali dell’uomo. Un metodo assai più efficace è il celebrare la diversità, discutere le differenze. Tenere i canali del dialogo aperti all’interno dei nostri gruppi sociali può essere un’impostazione più efficace per studiare e assicurare un impatto positivo sui conflitti nella città. Per concludere… Mi tornano alla mente le parole di mio padre, il dottor Aram: Cerchiamo di essere sempre dalla parte della soluzione, mai da quella del problema. SARVODAYA E FOCOLARI A partire dal gennaio 2001, quando Chiara Lubich fu insignita del premio Difensore della pace 2000, è cresciuta l’amicizia fra i Focolari e varie organizzazioni gandhiane del Sud India, in particolare lo Shanti Ashram di Coimbatore e il movimento Sarvodaya di Madurai. In questi sette anni molte sono state le iniziative. Si sono esplorate le rispettive radici spirituali e si sono varate azioni comuni, come un ricordo di Hiroshima, attività sportive per aiutare i giovani a acquisire il senso della pace e una settimana per artisti. In questo contesto è nata l’idea di una settimana in Italia per approfondire, nella prospettiva cristiana della spiritualità di comunione ed in quella gandhiana, il rapporto fra spiritualità e realtà umane, in particolare politica, economia, pedagogia ed ecologia. Castelgandolfo e Loppiano sono stati teatro di questi incontri. In particolare l’idea delle cittadelle nate in seno ai Focolari da sempre interessa il mondo gandhiano per la vicinanza con la realtà dell’ashram, come laboratorio per proposte concrete d’azioni costruttive di pace. Molto vivaci le tavole rotonde su pedagogia ed economia e arricchenti gli scambi di esperienze sulla Economia di Comunione e sulla permanenza gandhiana. Firenze e la Regione Toscana, soprattutto con il loro impegno nella costruzione di ponti fra popoli e culture, hanno offerto l’ambiente ideale al convegno Città e conflitti, nella Sala di Santa Croce il 21 settembre, con la presentazione di proposte di soluzione nella prospettiva gandhiana, di Giorgio La Pira e Chiara Lubich. Valenza accademica e interculturale ha avuto l’incontro alla Regione in cui i gandhiani, accolti dall’assessore Massimo Toschi, hanno partecipato a una tavola rotonda: Pensare il nemico in Gandhi, nel pensiero cristiano e nella tradizione laica. La settimana di lavori ha confermato i frutti del dialogo intrapreso: un sentimento di fratellanza universale che porta a una profonda integrazione, grazie ad un atteggiamento di apertura e fiducia reciproca che porta alla caduta di idee preconcette nei confronti dell’altro e del suo mondo.

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