Covid-19, la via della vita e la cultura della fraternità

La via della fraternità in questa società che affronta la pandemia da Covid-19. Un approfondimento su giustizia, legalità, diritti umani, pace per avere piena consapevolezza del nostro agire per un mondo unito. Tratto dal sito United world project.
Una minaccia accende la paura al diffondersi del “virus” (Covid-19), invisibile e poco conosciuto, che ci contagia e ci sgomenta. La mappa geografica del mondo, giorno dopo giorno, si tinge di rosso a indicare un pericolo che avanza.
È uno scenario nel quale la globalizzazione, generata con la sua logica dei profitti dalle leggi del mercato e della finanza, sembra restare sullo sfondo, mentre l’umanità, dal Nord al Sud del mondo, assume in questo tempo il suo valore più autentico: non un soggetto, indeterminato, scritto sulle Carte o nei Trattati, ma volti di persone, contorni di storie personali e familiari.

Racconta una sofferenza che tutti ci riguarda e ci accomuna, nella quale ci sono beni che non si vendono né si comprano: non il tempo, non la gratuità di chi si spende per gli altri. Vulnerabilità e fragilità ci riconsegnano alla nostra umanità, al di là dell’età, giovani e anziani, della condizione sociale, umili e potenti, cittadini e governanti.Eppure, non può essere questa una specie di eguaglianza fra tutti; piuttosto è la conferma della pari dignità, propria dell’umanità di ciascuno, senza attributi o preferenze, senza scarti ed esclusioni. Nella pandemia, che tutti ci coinvolge, l’umanità ci rimette davanti al tema della vita, primo fra i diritti umani inviolabili e fonte degli stessi, quel diritto nel quale il dramma della sofferenza mette a nudo anche le innumerevoli ingiustizie.

Giustizia
Osserviamo la realtà, come a noi si offre in questo tempo. L’intervento di assistenza e cura della salute è riservato a tanti; gli ospedali si fanno luoghi di accoglienza e testimoniano impegno e dedizione, ma non così per tutti. Fra questi, “ultimi”, ecco quelli rimasti “senza tetto”, di cui i telegiornali mostrano in una grande città come Las Vegas il luogo loro riservato: ognuno in un posto auto, tracciato sull’asfalto, a cielo aperto, così da rispettare la distanza prevista ad evitare il contagio.

Una sicurezza che la “regola” impone, e nessuno certo intende cancellare la doverosità della norma. Ma occorre adottare una prospettiva anche ‘oltre’ la regola, per fare del diritto il luogo della giustizia. È l’anelito sempre presente nella storia dell’umanità: si fa attesa nel grido dei poveri, domanda in chi ha subito un’offesa, esigenza nella qualità delle norme giuridiche che regolano la convivenza, ricerca nelle pratiche di risoluzione dei conflitti e tutela dei diritti. Dalla definizione di giustizia dipendono valori, principi e regole, dalla pratica della giustizia dipendono comportamenti e pace sociale.

Ma vi è un’altra narrazione, che accompagna in parallelo la storia dell’umanità: è quella del racconto biblico dell’alleanza di Dio con l’uomo, del noto richiamo a Caino, dopo l’uccisione di Abele, “dov’è tuo fratello?”. E alla risposta di Caino, “sono forse io custode di mio fratello?”, sembra far eco nel nostro tempo quanto Jürgen Habermas afferma della giustizia: «intesa in senso universalistico pretende che ciascuno sia responsabile per l’altro»[1]. Il fondamento va dunque ricercato sempre nella persona, nella dignità costitutiva dell’identità di ciascuno.

Legalità
Ed è questo lo sfondo capace di arricchire la stessa legalità nel suo significato più autentico, perché le leggi siano applicate senza parzialità, senza dimenticanze né favori, nel riconoscimento della uguale dignità. Così, nella lettura del giurista Piero Calamandrei, la legalità arriva ad essere spiegata con il comando: «Non fare agli altri ciò che non si vuole sia fatto a noi stessi», fino a «sentire nella sorte altrui la nostra stessa sorte»[2].

Coronavirus: Reparto di Terapia intensiva dell’Ospedale Bassini a MilanoCoronavirus: Reparto di Terapia intensiva dell’Ospedale Bassini a MilanoOggi, là dove la globalizzazione, creando nuove disuguaglianze, non ha saputo unire, ma generare con le innumerevoli ingiustizie una diffusa indifferenza, è proprio la sofferenza inattesa a farci ritrovare l’altro, il suo volto, il suo bisogno di aiuto, la necessità di un gesto, pur piccolo, ma che dica un amore capace di riempire un vuoto altrimenti incolmabile. Lo raccontano le tante vite che si spengono senza un familiare accanto, ma con la presenza magari di un’infermiera che con il cellulare permette a una nonna di salutare i propri cari, per dare un’ultima consolazione e riempire una drammatica solitudine. Vite nascoste diventano titoli nelle prime pagine dei giornali.

Così l’umanità ferita ricompone dal basso la sua rete di relazioni, per riallacciare nuovi nodi, intrecciati dal dolore, proprio quello che non vorremmo mai sperimentare nella nostra vita. Ci coglie ora in modo inaspettato, ma fa cadere condizionamenti e pregiudizi, apparenze e stereotipi, per metterci a contatto gli uni con gli altri e riannodare relazioni in qualche modo perdute.

Diritti umani
Allora, la domanda: «Può essere mio prossimo, può essere mio fratello anche colui che non scelgo, che non ammetto […]; colui che non abita il mio stesso spazio […], che non ha i miei stessi pensieri»[3]? – quella domanda non ci trova impreparati in una sorta di rassegnazione o di ripiegamento su di sé, perché quasi inconsapevolmente oggi una fraternità nascosta muove il nostro agire. La libertà, che si tende come diritto fondamentale a difendere a tutela della propria individualità, senza debito alcuno verso l’altro, si mostra capace di farsi dono in quella porzione che sono disposto a perdere per assicurare la salute, diritto di tutti. L’eguaglianza, misurata spesso sulle prerogative rivendicate per sé e dimentica dell’altro, trova anch’essa nella fraternità un principio vivente: si fa modalità dell’agire in chi anche per un anziano, solo, si fa compagnia e assistenza, dimentico di sé.

La riscopriamo dunque quale principio che prende vita in un ritrovato tessuto relazionale: nel ‘legame’, da riconoscere o generare in quella situazione di abbandono dove la relazione manca; nel ‘ponte’, simbolico o reale, ma necessario a unire o percorrere la distanza fra soggetti lontani, cittadini e istituzioni; trasforma i ‘contatti’ in “rapporti”.

In un tempo forte per la storia dell’umanità, la solidarietà, oggi riconosciuta nel Preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea quale «valore universale», e la fraternità, richiamata quale “stile dell’agire” nell’art. 1 dell’Universal Declaration of Human Rights (1948), emergono nella quotidianità. Quasi con sorpresa ne intravediamo qualche segno anche nei rapporti di collaborazione fra Stati; diventano elementi di una cultura capace di ricomporre le fratture del condivisibile nella prossimità, vissuta uomo accanto a uomo. Si coglie là, dove il dolore del presente stringe i nodi che ci legano in una fraternità riscoperta nella collettività.

Come rileggerla?

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