Costruttori della propria gioia

Spicca in mezzo ad una moltitudine di ragazzi la sua chioma bianca. Quello che per tutti è semplicemente Carlo è Carlo Devoti, maestro di sport, un invidiabile curriculum da pallavolista a cavallo degli anni Settanta, 10 anni in serie A, spesi tra Parma, Roma e Bologna, e tre in nazionale. La gioia sul suo volto è la stessa che provava da ragazzo giocava a tutto, da mattina a sera nell’unico campo sportivo esistente a Bettola, dove è nato: la piazza del paese. Lo studiol’ha costretto a scendere in città, dove lui, canzonato come il muntanèr, si prendeva la rivincita nell’atletica, specialità tutte, ovvero decathlon, e nella pallavolo. La polivalenza è un valore sportivo – spiega Carlo, recuperando tutto il suo spessore professionale -: per me lo sport è stato hobby, vocazione, professione. Anche se ammette che erano altri tempi: lo sponsor, la Bumor, azienda alimentare, metteva a disposizione della squadra di A di Parma, mezzo milione di lire in surgelati che gli atleti stessi cercavano di vendere agli istituti della zona per pagarsi divise e trasferte. Oggi il suo piccolo regno è Ferriere di Piacenza, un piccolo paesino della Val Nure, sulle pendici dell’Appennino. Il borgo, di solito tranquillo, da metà giugno a metà settembre, d’improvviso si anima per l’arrivo di 300 ragazzi e ragazze ogni 15 giorni provenienti da tutta Europa e non solo: dalla Kamchatka al Messico, dalla Moldavia all’India, dalla Turchia alla Serbia, dall’Ucraina all’Algeria, dalla Slovacchia alla Cina La grande passione di Carlo nel trasmettere la bellezza dello sport, dell’arte, ma prima di tutto la gioia dello stare insieme, si è concretizzato in quello che oggi si chiama Festival Internazionale dei Giovani: campi, palestre, piscine, boschi, e palchi su cui esibirsi. L’atmosfera, te ne accorgi subito, è tutta particolare. In un’inflazione di costosi campus estivi – ci spiega Carlo – allestiti all’ombra di un campione messo lì solo per attirare i ragazzi, qui non si promette nulla, se non un semplice venite e vedrete, il programma lo costruiamo insieme. In una prospettiva educativa umiliata dalla precoce specializzazione sportiva a questi ragazzi offriamo l’opportunità di giocare, muoversi, divertirsi, ma soprattutto essere protagonisti delle loro giornate. Anche lui è passato attraverso le esperienze delle scuole di sport: poi la maturazione verso un’esperienza educativa più globale, a tutto tondo, capace di offrire a tanti ragazzi più le basi per la vita che una competenza specifica. La vita non è solo fatta di imparare il dritto ed il rovescio a tennis – afferma convinto Devoti -, ma è vivere esperienze che fanno crescere nell’autonomia. Oggi l’utilitarismo prevale sulla crescita globale. Un discorso controcorrente, ma i consensi gli danno ragione: squilla il telefono: Carlo sorride. Dall’altro capo del telefono c’è una nuova richiesta di ospitare un gruppo di ragazzi, questa volta dal Sahara! La filosofia che muove il Festival è ciò che di semplice si può immaginare: il divertimento non è qualcosa che si trova confezionato, che si compera, magari a caro prezzo: È qualcosa che si costruisce, è il risultato di uno sforzo personale, di una partecipazione attiva, non è qualcosa che ti danno nel menù. Qui ciascuno mette del suo e tutti sono attori, in tutto e per tutto. Facile? Non tanto, almeno all’inizio – ammette Carlo -. C’è sempre qualcuno che si chiede perché dopo aver pagato un soggiorno deve sparecchiare o scopare. Ma basta poco: quando trova avanzi di pasta in un piatto degli altri capisce da solo il messaggio che il cibo non si butta e quando scopa capisce perché non si deve sporcare per terra e così via. La lista dei compiti appesa al muro qui è la strada maestra per diventare cittadini del mondo. Carlo è ben cosciente che la strategia sia fuori dal coro in una società in cui vali per quanta roba metti nella busta della spesa, ma va dritto per la sua strada. I più convinti nel dargli ragione sono proprio i ragazzi: Qui quando i nostri ragazzi vedono i coetanei rumeni arrivare qui dopo 4 giorni di pullman, magari con le scarpe rotte, si capisce che possano esprimere una certa diffidenza. Ma in pochi giorni la stima cresce nello scoprire in loro talenti artistici o sportivi e convincersi che si vale per ciò che si è e si sa fare e non per ciò che si possiede. Devoti se ne è fatto una ragione di vita e su questo ha costruito il suo Festival: qui i ragazzi, tra giochi, gare, canzoni, spettacoli si allenano alla vita, si sforzano di capire il valore, la capacità degli altri. È il solo modo – afferma Carlo -per abbassare la soglia del fanatismo e far crescere il livello di rispetto, frutto maturo della comprensione e dell’accettazione reciproca . Il miracolo, il piccolo grande miracolo, si ripete ogni turno: ogni 15 giorni, un fiume di ragazzi arriva qui da ogni parte (cani sciolti) e se ve va via con profondi legami costruiti. Grazie alla solida trama che regge il soggiorno: alcune parole chiave (rispetto, comprensione, compiti condivisi…), strumenti costruttivi (sport, musica, vanto, ballo, teatro), rapporti costruiti durante da Carlo durante tutto l’anno, girando l’Europa dall’Atlantico agli Urali e oltre, incontrando scuole, associazioni, enti invitandoli a partecipare al progetto. A convincere in pieno sullo spessore della condivisione è la gestione economica del Festival: Ognuno mette quello che ha – spiega Carlo -. Gli occidentali che hanno più possibilità pagano: gli altri, i gruppi stranieri, prevalentemente dell’est europeo, si pagano donando ciò che di meglio hanno della loro cultura. L’ufficio di Carlo è tappezzato di disegni e bigliettini dei ragazzi passati in Val Nure: Non ho mai avuto un maestro così bravo: un saluto dal tuo bidone recita un foglio tutto colorato. Carlo sorride.

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