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Ma cosa ci dice il cervello

Buon ritorno nelle sale della coppia Milani/Cortellesi dopo l'altrettanto valido “Scusate se esisto” e l'altrettanto divertente “Come un gatto in tangenziale”. Un film che fa pensare

I consigli che offre questo film sono almeno due: il primo, non fare le cose per vanità, cioè per apparire, per essere celebrati o farsi belli, ma produrre azioni per il bene della collettività. Perché è giusto farlo, perché è sano avere il coraggio di non voltarsi dall’altra parte, perché pensare al nostro piccolo interesse personale, momentaneo ed effimero, non porta da nessuna parte.

Questa divertente e fantasiosa commedia sociale, costruita a metà strada tra un film sui supereroi (ancora l’effetto Lo chiamavano Jeeg Robot)  e uno spy movie alla romana, dalla collaudata coppia (anche nella vita) Riccardo Milani (bravo e versatile regista) e Paola Cortellesi (bravissima e versatilissima attrice) ci sussurra che viviamo immersi in un sistema di relazioni, per cui tutto ciò che offriamo torna duplicato a noi, mentre l’avarizia umana non produce risultato alcuno.

Se il fluire di energia é positivo, se c’é aiuto reciproco, si può arrivare invece a un grado di benessere decisamente superiore a quello attuale. Che poi non ci vuole molto, dice già in apertura questo film sul presente (e su quello romano in particolare): nella sequenza della protagonista in mezzo al traffico, quella dove trionfano gli insulti e le scorrettezze, gli egoismi, la sporcizia e il degrado a ogni livello. Ed è ciò che ogni giorno passa davanti ai nostri occhi, subìto, ma anche prodotto da noi stessi.

Questo era il primo consiglio, dunque: agire per costruire insieme, non per apparire e distinguerci dagli altri creando inutili distanze. E questo contrasto esistenziale (e morale) é ben espresso dal dualismo tra il personaggio della Cortellesi (che mascherata da impiegato ministeriale lavora nell’ombra come agente segreto, per il bene di tutti, e che per questa sua missione rinuncia a una vita normale trascurando se stessa e sua figlia, soffrendoci anche parecchio) e quello di sua madre, una fantastica Carla Signoris, il cui personaggio, però, nasconde dietro una simpatia tanto esplosiva e spumeggiante quanto ingannevole, un modo di pensare superficiale ed edonistico che la porta a perdersi la capacità di vedere dentro le persone, e cogliere una bellezza superiore a quella di facciata.

Per lei, ad esempio, un pilota di jet é molto più figo e valoroso di un insegnante, e non conta che quattro persone normalissime abbiano bloccato un terrorista, perché tanto di lì a poco non se le ricorderà nessuno. Il secondo consiglio che offre questa commedia un po’ all’italiana e un po’ d’azione, che scorre piacevolmente e in qualche circostanza strappa risate convinte, é di smetterla di considerare l’altro come nemico, o come inutile, come incapace e inferiore a noi. Ma di fidarci di lui, di accettare le competenze e le capacità di ognuno e di ringraziarlo per questo, di dargli merito per ciò che fa, perché può darci cose buone di cui non avvertiamo il bisogno, talmente stiamo messi male, ma che invece ci mancano moltissimo, sono fondamentali per il nostro cammino.

Ma cosa ci dice il cervello (in sala dal 18 aprile scorso) segna un buon ritorno al cinema della coppia Milani/Cortellesi dopo l’altrettanto valido Scusate se esisto e l’altrettanto divertente Come un gatto in tangenziale, e racconta l’assenza pesante di un tessuto comunitario oggi, bombardati come siamo da una comunicazione confusa e sovrabbondante – tra televisione e internet – che ci fa sentire quasi onnipotenti quando in realtà ci indebolisce perché ci lascia soli, con la sua superficialità e un interesse che non coincide con il nostro bene.

Ecco, allora, che smarriti e incoscienti come siamo, pieni di rabbia e presunzione, scateniamo la nostra piccola o grande violenza con chi troviamo sulla nostra strada, privi di fiducia verso il prossimo e ormai figli di una società individualistica che non sa rispettare le regole e non conosce il valore del senso civico e quello dell’umiltà.

Ecco una madre di famiglia tatuatissima (eccezionale, a proposito, Paola Minaccioni) che lussa una spalla alla pediatra perché non prescrive antibiotici a sua figlia (visto che non ce n’è bisogno); ecco un padre sugli spalti di un campetto di periferia (anche Ricky Memphis se la cava alla grande) che colpisce con una testata allo sterno il povero mister di Vinicio Marchioni solo perché lo invita a fare il genitore rispettoso ed educato, invece che l’allenatore chiacchierone dalla comoda posizione della tribuna.

Ecco un affarista rampante (Alessandro Roja) che non vuole spegnere il telefonino in volo, ed ecco un ragazzino che picchia selvaggiamente il professore (Stefano Fresi) perché si rifiuta di dargli voti buoni e immeritati, convinto com’è, pensate un po’, che una scuola ben fatta possa essere utile a quel povero adolescente di fatto abbandonato dalla società.

Il film è leggero, diverte, prima di tutto, con le sue idee di sceneggiatura tra dinamismo e racconto di costume, anche per merito di un cast muscolosissimo completato da Claudia Pandolfi e Lucia Mascino; ma dentro c’è materiale per riflettere, per guardarci un po’ allo specchio e magari comprendere un pochino meglio quel fastidio sordo che ogni giorno proviamo, ingabbiati nei meandri di una società che non ci piace, ma di cui facciamo attivamente parte, e ricordarci che possiamo cominciare da noi stessi a cambiarla, a farla crescere, per il nostro bene e per quello di chi ci insulta dall’altra corsia stradale.

 

 

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