Il coraggio del “pensiero incompleto”

La geniale intuizione del papa argentino. La verità come cammino.
(AP Photo/Andrew Medichini, Pool)

Anni fa mi aveva profondamente colpito un pioniere italiano del dialogo interreligioso e con la cultura contemporanea, il teologo Piero Rossano, che aveva scritto: «Il dialogo esige di essere convinti dei limiti della propria individualità e di entrare in contatto con altre individualità per promuovere una reazione di approfondimento di se stesso, e di crescita nella comunione, per realizzare insieme il grande ideale messianico della famiglia dei figli di Dio» (Dialogo e annuncio cristiano. L’incontro con le grandi religioni, Edizioni Paoline, 1993, pp. 207-214).

Quello che è descritto nel passaggio citato è un atteggiamento difficile da avere e, sinceramente, come cattolici raramente ne abbiamo dato prova. Infatti, sia a livello personale che comunitario, è ancora difficile prendere coscienza del fatto che, sebbene alla sequela di Cristo, restiamo creature inadeguate per una comprensione vera e completa della Verità.

In questi anni di pontificato, papa Francesco ha più volte lanciato segnali fondamentali proprio su questa prospettiva. In varie occasioni, infatti, ha parlato e continua a parlare del “pensiero incompleto”. È una categoria nuova per la cultura ecclesiale, spesso fatta non tanto dei veri dogmi su cui si fonda saldamente la Chiesa cattolica, ma di altri “quasi-dogmi”, assai pericolosi perché creati da mente d’uomo e che, spesso, purtroppo, poco hanno a che fare con la nostra fede. Per chi crede in questi “pseudo-dogmi”, sentire parlare di “pensiero incompleto” può suonare come qualcosa di inaudito. Lo è, in generale, per la mentalità dell’Occidente, abituata a imporre la sua idea e la sua cultura come le uniche e le più progredite, sinonimo di modernità e post-modernità, a cui gli altri sono chiamati ad adeguarsi per “progredire”.

Questi atteggiamenti, però, non affondano le loro radici in quella cultura greca che, in Occidente, vantiamo di avere come madre. Socrate, che ne fu uno dei padri impareggiabili, all’inizio dei suoi dialoghi con chiunque si trovasse di fronte, metteva subito in chiaro di sapere di non sapere. Da una prospettiva cristiana, poi, queste certezze incrollabili poco hanno a che fare con la fede che ha predicato e vissuto fino alla morte in croce Gesù di Nazareth. A fronte di atteggiamenti che hanno condizionato secoli di cultura occidentale e di vita cristiana, il “pensiero incompleto” si propone come una delle intuizioni più geniali del papa argentino. Può veramente riformare la Chiesa e aprire l’Occidente – anche quello senza un riferimento religioso che è tutt’altro che esente da questo pericolo – verso nuovi orizzonti.

Papa Francesco ne ha parlato fin dall’inizio del suo pontificato, quasi sempre in ambiente gesuitico. La prima occasione gliela concesse un’intervista con Antonio Spadaro, direttore de La Civilità cattolica. «Il gesuita – afferma Bergoglio – deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto. (…) Questa è la sua vera forza» (La Civiltà cattolica, 164[2013] vol. 3, 3918, p. 455). È ritornato sullo stesso punto in altre occasioni per rivelare la sua convinzione che «il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre. Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo» (discorso alla comunità della Pontificia Università Gregoriana, ai consociati del Pontificio Istituto Biblico e del Pontificio Istituto Orientale, Città del Vaticano, 14 aprile 2014).

Escher

Nella prospettiva del papa argentino, il “pensiero incompleto” sembra significare un modo di pensare e di guardare alla realtà «aperto, flessibile, in ricerca, creativo, generoso» (L. Accattoli, Il pensiero incompleto del Papa al posto dei punti fermi, Il Regno Attualità, 22, 2017, p. 695). E, allo stesso tempo, un pensare verso «un orizzonte che mai si raggiunge e sempre sorprende, rende inquieti».

Tali atteggiamenti richiamano la “creatività”, altra categoria cara a papa Francesco. In tal senso, il papa gesuita si presenta come “protagonista di dialogo”, dimensione che chiede di essere vissuta con una costante inquietudine di fondo, chiedendosi sempre come andrà a finire l’esperienza che si sta facendo. Nell’avventura del dialogo si sa sempre come si comincia, ma non si conosce mai dove e come si finirà. È sempre una sorpresa e questo ci interroga costantemente costringendoci alla novità. Ma a ben vedere quella bergogliana non è una prima assoluta.

Forse ci sorprenderà, ma anche Benedetto XVI aveva azzardato una categoria simile a quella che il suo successore propone oggi. Invitava, infatti a imparare a «non-avere-la-verità» perché, sottolineava con coraggio, «nessuno può dire: ho la verità […] e, giustamente, nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente!». E, verso la fine del suo pontificato, era arrivato ad affermare che, come cristiani, «certo, non siamo noi a possedere la verità, ma è essa a possedere noi. Perché è Cristo la Verità» (discorso per la presentazione degli auguri natalizi alla Curia romana, 21 dicembre 2012).

È quindi necessaria una vera umiltà del cuore, che aiuti a riconosce che non siamo né padroni, né arbitri della Verità, ma piuttosto chiamati ad esserne annunciatori (cf. Evangelii gaudium n. 146). In tale prospettiva, non ci si può mai rivolgere verso la Verità da soli. Papa Francesco ci ricorda che la Verità è un incontro (è questo il titolo del primo volume che raccoglie le omelie di Bergoglio a Santa Marta, La verità è un incontro. Omelie da Santa Marta, Rizzoli e Lev, 2014), e «si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita».

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