Condanne eccezionali in Sudamerica

Nella lotta contro la corruzione finiscono condannati o sotto inchiesta vari ex presidenti: dal brasiliano Lula al peruviano Humala. Vari altri sono nel mirino dei pubblici ministeri. Fine dell’impunità?

La condanna dell’ex presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, a 9 anni e mezzo di carcere per tangenti è un fulmine a ciel sereno? La condanna viene letta tra le file del Partido dos Trabalhadores (partito dei lavoratori), di cui Lula è co-fondatore, come una risposta dei settori contrari ai cambiamenti sociali avvenuti durante la sua gestione, con 30 milioni di abitanti strappati alla povertà. Lo afferma lo stesso presidente in un comunicato. Si tratta di una condanna in prima istanza. Lula resterà a piede libero in attesa di una sentenza definitiva.

Il presidente brasiliano Lula da Silva
Il presidente brasiliano Lula da Silva

Ma il fatto è che in questo momento in Brasile nessuno appare capace di liberarsi di una giustizia che, pur con i suoi lati d’ombra, avanza imperterrita. Va ricordato che sono in carcere, agli arresti o sotto inchiesta un centinaio tra politici e industriali e tra i primi – oltre che rappresentanti della cupola del Pt – anche notabili avversari (alcuni ex alleati di Lula), come il social democratico Aecio Neves, o l’ex presidente della Camera dei Deputati, Eduardo Cunha, ex ministri e fino allo stesso presidente in esercizio Michel Temer, che il 2 agosto sarà sottoposto al voto dei deputati che dovranno decidere se sospenderlo dall’incarico per essere processato per corruzione, come richiede il pubblico ministero.

Dalle file di Rete Sostenibilità, il partito dell’ambientalista Marina Silva, ex candidata alla presidenza e anche lei co-fondatrice del Pt con Lula, dal quale ha preso distanza proprio per la difficoltà di stabilire un atteggiamento trasparente e distante da ogni intrallazzo, si sostiene che la giustizia deve seguire il suo corso e che, in ogni caso, si è di fronte a «una fase matura delle istituzioni democratiche all’interno delle quali nessuno è al di sopra della legge».

Anche l’ex presidente del Perú, Ollanta Humala e sua moglie Nadine Herrera si sentono vittime di una arbitrarietà. Il pubblico ministero ha ottenuto che il giudice ne decreti la prigione preventiva per 18 mesi, in attesa di essere processati per riciclaggio di denaro utilizzato per finanziare la propria campagna lettorale. Il suo predecessore, Alejandro Toledo, è invece contumace, si suppone negli Stati Uniti, sfuggendo a un mandato di cattura: lo si accusa di aver intascato una tangente per 20 milioni di dollari. Anche in questo caso, l’accusato è vittima di un meccanismo perverso. Sotto inchiesta ci è finito un terzo ex presidente peruviano, Alán García, anche lui avrebbe ricevuto finanziamenti occulti. Le inchieste si collegano all’immenso scandalo brasiliano che coinvolge il gigante edile Odebrecht, i cui dirigenti hanno cominciato a raccontare la rete di bustarelle sparse in tutta la regione.

Le confessioni dei dirigenti di Odebrech gettano ombre sulle campagne elettorali in Colombia. Per il pubblico ministero è provato che (facendo uso della par condicio), Odebrech abbia finanziato sia il partito dell’attuale presidente, Juan Manuel Santos, che quello del suo avversario di destra Óscar Iván Zuluaga. Per una peculiarità della legge colombiana, chi doveva verificare l’ipotesi di reato era la massima autorità in materia elettorale, che ha fischiettato distratta prima di avanzare nell’inchiesta per poi lasciare che l’accusa prescriva… oggi. Non è detto che del fatto ne siano artefici o al corrente Santos e Zuluaga, è più probabile che sia responsabilità degli addetti alla cassa del loro partito.

Pare, ad ogni modo, che si sia di fronte a una nuova stagione in materia di corruzione: si esce dall’impunità più vergognosa (in Brasile sono in corso indagini anche contro gli ex presidenti Fernando Henrique Cardozo e José Sarney), e la corruzione assume il vero volto di ostacolo allo sviluppo. Anche in Cile, un Paese dove, fino a poco tempo fa, pareva che la corruzione non avesse attecchito, numerosi leader ed ex ministri sono sotto inchiesta per aver accettato di finanziare la propria campagna in modo illegale.

Dove si stenta a comprendere le nuove circostanze è all’interno del sistema dei partiti, che spesso pare affetto da autismo politico. L’estensione del contagio della corruzione in Brasile è tale da far dubitare di chicchessia. Il presidente Temer – ovviamente anche lui perseguitato ingiustamente – continua a emettere dichiarazioni come se niente fosse accaduto e a, letteralmente, offrire spazi di potere all’asta pur di ottenere i voti che lo salveranno dalle maglie della giustizia. Ma anche negli altri Paesi invischiati con trame corrotte si fa la stessa fatica. Si comprende pertanto che sia un risultato importante che il Potere Giudiziale possa avanzare, sempre tra luci e ombre sia ben chiaro, in modo da quanto meno scardinare l’idea dell’impunità.

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