Comunione e missione in Mongolia

Un paese immenso da evangelizzare, le urgenze sociali, da dove partire? Un gruppo di missionari e missionarie della Consolata inventa un modello di missione.  
Missionari in Mongolia
Come Missionari della Consolata stiamo vivendo in Mongolia una esperienza di comunione insieme con le Missionarie della Consolata. Vi racconto qualcosa della nostra storia nella quale si innesta la realtà di questa missione.

 

Una radice comune

 

I due Istituti sono nati dallo stesso fondatore, G. Allamano, in momenti diversi ma con lo stesso spirito, lo stesso carisma e con lo scopo di lavorare insieme nelle missioni. Egli sottolineava molto il fare tutto in unità di intenti, lo spirito di famiglia e voleva la comunione sia all’interno dei due istituti sia tra i due istituti. Questa collaborazione è fiorita in tutte le missioni dove siamo stati presenti. Però lungo i cento anni della nostra storia la comunione è venuta meno in alcuni periodi. Mentre in vari posti si continuava a lavorare insieme e rimanevano in tanti missionari e missionarie una stima e un amore reciproco, per diversi motivi un istituto o l’altro ha lasciato delle missioni dove si collaborava, oppure si sono aperte separatamente delle presenze missionarie in nuovi paesi.

 

Questo periodo di distanziamento della nostra storia si può leggere sotto diverse ottiche, tutte portatrici di verità. Pur non essendo buona la divisione, credo che Dio abbia voluto sottolineare, servendosi anche dei nostri limiti e sbagli del passato, qualcosa di importante. Occorreva fare esperienza della distinzione, affinché ciascun istituto crescesse nella propria identità per poter poi camminare alla pari, senza appoggiarsi l’uno all’altro e senza sottomissioni. I due istituti sono autonomi, anche se sono chiamati alla comunione ed essa va scelta liberamente, non può essere imposta o accolta con rassegnazione e sottomissione.

Certamente il progressivo allontanamento dei due istituti è stato vissuto con sofferenza da molti missionari e missionarie. Però, il lavoro di Dio in entrambe le parti, come pure l’amore e il rispetto tra tanti missionari e missionarie hanno prodotto negli ultimi anni un riavvicinamento tra i due istituti, a cominciare dalle due direzioni generali. All’inizio con degli incontri sporadici e poi con maggiore frequenza. Ora ci ritroviamo due volte l’anno per affrontare gli aspetti comuni delle missioni che portiamo avanti insieme.

 

I consiglieri generali dei due istituti preparano insieme le varie inizative che si svolgono nei diversi continenti loro affidati: incontri di superiori e superiore, stages di missionari e missionarie che lavorano nello stesso settore, corsi di formazione permanente per i giovani religiosi e religiose, visite alle missioni dove si lavora insieme, assemblee continentali in preparazione dei due capitoli ecc. In tanti di questi incontri da qualche anno partecipano anche i laici missionari della Consolata. Un altro frutto: di solito i capitoli generali dei due istituti si svolgevano in luoghi e tempi diversi. Ultimamente, invece, si realizzano nello stesso paese e città con dei momenti in comune. Così è stato sei anni fa e in questo modo si farà nel 2011.

 

Una Chiesa più bella

 

Un’altra tappa importante di questo cammino di comunione è stata la consultazione intercapitolare che, nel 2008, i due istituti hanno realizzato con i rispettivi superiori e superiore, per valutare il cammino fatto e programmare i successivi tre anni. Si è voluto fare nello stesso periodo per avere due giornate di condivisione e riflessione in comune. Alcuni dei partecipanti, vedendo che bisognava trascorrere insieme due giorni, dicevano: “Perché dobbiamo fare questa valutazione insieme? Perché dobbiamo perdere tutto questo tempo?”. Quando siamo arrivati alla fine dei due giorni, però, la condivisione fraterna e la cordialità sono state così forti e profonde che quelle stesse persone hanno detto: “Non solo possiamo, ma dobbiamo lavorare insieme!”, “Solo insieme possiamo capire il carisma del fondatore”.

 

Un altro momento che ha lasciato una profonda impressione a tutti i componenti delle due direzioni generali è stato un corso di formazione permanente per 25 giovani missionari e missionarie, preparato e portato avanti dall’inizio alla fine insieme. Sono stato con loro una settimana all’inizio: ho potuto costatare la eterogeneità del gruppo e avevo previsto le difficoltà che sarebbero venute fuori. Un buon numero di questi missionari e missionarie avevano già manifestato, prima d’iniziare, la loro perplessità e il loro dispiacere per il fatto di realizzare il corso insieme e, in più, per ben tre mesi! Uno mi aveva detto: “Perché noi dobbiamo farlo insieme alle religiose, quando gli altri corsi sono stati fatti separati?”.

 

Sono tornato, poi, verso la fine del corso e mi chiedevo: cosa sarà successo? Quando sono arrivato, stavano terminando gli esercizi spirituali con un monaco che l’ultimo giorno ha detto: “Io vi ringrazio perché mai avevo visto due congregazioni, maschile e femminile, della vostra età, con un gruppo così numeroso, volersi bene. Vi ringrazio perché mi avete fatto vedere una Chiesa più bella”. Il giorno dopo abbiamo fatto la valutazione del corso e ci aspettavamo delle critiche. Invece, quasi nessuno ha detto niente di negativo e tutti ci hanno ringraziato dello stile proposto. Qualcuno diceva: “Noi che avevamo dei pregiudizi ora siamo convintissimi che non solo si può, ma si deve lavorare insieme. Là dove andremo saremo apostoli di quanto abbiamo vissuto”.

 

In Mongolia

 

Uno dei frutti dell’avvicinamento dei due istituti è nato dalla domanda: perché non apriamo una missione, facendo insieme tutto il cammino di visita, discernimento, preparazione e realizzazione? Così è nata l’esperienza della Mongolia: dal desiderio dei due istituti di portare avanti una missione in comunione, facendo proprio tutti i passi insieme. Così scrivevano le due direzioni generali qualche tempo fa: “La novità di questa apertura missionaria era data soprattutto dal fatto che si trattava di una missione per la prima volta voluta e attuata insieme dai due Istituti in un progetto unitario

 

Siamo arrivati in Mongolia nel 2003. La Mongolia è un territorio immenso (cinque volte l’Italia) con quasi tre milioni di abitanti, la metà dei quali si trova nella capitale Ulaanbataar. Il nunzio ha affidato ai nostri due istituti tutto il sud del Paese, dalla capitale fino alla Cina. Ad un’altra congregazione aveva affidato la capitale e ad una terza la parte nord.

I nostri missionari e missionarie hanno subito amato questo paese, dandosi da fare nello studio della lingua, della cultura e della storia. Poi, per scoprire dove Dio ci voleva e capire quali segni maturavano, durante le vacanze hanno fatto insieme dei viaggi, comunicandosi le loro impressioni. E tutto questo senza fretta, senza lasciarsi prendere dalla tentazione di fare subito qualcosa in città, tra i moltissimi poveri e i tanti bisogni che incontravano. Certi consigli da chi era arrivato prima di noi andavano in questa linea. Ai loro occhi sembrava che i nostri missionari e missionarie perdessero tempo. Ci dicevano: “Sono passati due anni, perché non vi date da fare?”.

 

Però hanno tenuto duro e rispondevano: “Vogliamo imparare bene la lingua e capire dove Dio ci vuole”.

Alla fine di questo tempo di maturazione, quando si è concluso il discernimento, si è deciso di aprire la missione nel sud, verso il deserto del Gobi, nella città di Arvayheer. Aperta la missione, tutti i passi, anche i più concreti, sono stati fatti insieme: quale macchina acquistare, dove posizionare la gher (la tenda tradizionale mongola di forma circolare) ecc. Si possono immaginare la sofferenza e il sangue che stanno sotto tutto questo, perché si sa che non è facile mettersi d’accordo, ascoltare, perdere la propria idea, essere distaccati dai propri progetti. Ogni missionario e missionaria ha dovuto in qualche maniera “purificarsi” per vivere una reale “comunione d’intenti”.

 

Segni provvidenziali

 

Sono stati di particolare luce e sostegno la preghiera, il dialogo e il discernimento ininterrotto tra di loro e le due direzioni generali. Così sono iniziate delle attività con un gruppo di donne, di bambini e di giovani, frutto degli incontri avuti dall’uno o dall’altra che sono stati letti come segni provvidenziali della volontà di Dio. “Un giorno – racconta Giorgio – sono venuti due o tre giovani a chiederci se potevano studiare nella nostra casa, perché nelle loro gher non c’era spazio né l’ambiente per concentrarsi. Abbiamo dato lo spazio e, quando se ne sono andati, ci siamo chiesti cosa volesse dirci Dio tramite questa richiesta. Nella condivisione abbiamo capito che, quando ne avremmo avuto la possibilità, avremmo dovuto pensare a uno spazio per lo studio dei giovani. Due anni dopo questo spazio si è concretizzato in una gher”.

 

Racconta Giovanna: “Una donna mi è venuta incontro. Nel dialogo è venuto fuori che lei sapeva cucire. Dopo, già a casa, pensando insieme a questa conversazione ci è venuta l’idea: perché non creiamo in una delle gher uno spazio per queste donne che ci conoscono e che sono tanto povere per aiutarle a imparare a cucire e a fare degli artigianati tipici loro che, poi, possano vendere ai turisti che passano da queste parti nel cammino verso il deserto del Gobi? Adesso ci sono una quarantina di signore che a turni si radunano per lavorare e produrre dei bei articoli di stoffa che piacciono tanto e si vendono pian piano”.

Queste signore, qualche uomo, i giovani e i bambini, vengono ogni giorno per giocare, studiare o lavorare. Qualche anno fa, una domenica – ci dice Lucia – sono venute alcune di queste signore per lavorare e dei bambini per giocare. Però noi stavamo per iniziare la celebrazione della messa tra di noi, missionari e missionarie (ad Arvayheer quando siamo arrivati non c’era nessun cristiano). Loro insistevano e noi abbiamo detto loro che non si poteva in quel momento, spiegando un po’ quello che stavamo per fare. Un buon numero di loro, signore e bambini, ci hanno chiesto se potevano partecipare. Ci siamo guardati tra di noi e abbiamo detto di sì. È stata una celebrazione bellissima per noi e per loro, ai quali nei momenti opportuni spiegavamo brevemente e con semplicità quello che stavamo per fare. Da quel giorno ogni domenica c’è stata una partecipazione regolare sempre più numerosa, con la imposizione delle mani sulle loro teste al posto della comunione. Poi è iniziato il pre-catecumenato, il catecumenato e nel maggio scorso, dopo tre anni, abbiamo celebrato nel giorno di Pentecoste il battesimo dei primi sette cristiani di Arvayheer. Adesso è cresciuto il numero di quelli che partecipano al catecumenato”.

 

Un modello per tutti noi

 

Vivere in comunione la missione ha fatto crescere in loro l’esigenza di gestire in modo nuovo anche l’aspetto economico. Dopo un lungo periodo di condivisione e di discernimento, d’accordo con le due direzioni generali, si è deciso di realizzare una “cassa comune” per le spese relative alla missione e alle attività portate avanti insieme.

Un altro momento forte di comunione è stato il discernimento in vista di una nuova apertura nella capitale Ulaanbataar che ha richiesto un lungo processo per capire con quale stile di presenza e attività si dovesse pensare questa nuova missione. Nella condivisione venivano in rilievo due orientamenti, uno di tipo spirituale e uno di tipo pastorale, entrambi conformi ai bisogni espressi dalle persone incontrate in questi anni e dalla Chiesa locale. Alla fine tutto il gruppo, aiutato da un religioso gesuita nell’ultima tappa del discernimento, ha deciso di aprire una missione che desse priorità all’animazione spirituale, pur offrendo delle attività pastorali.

 

Nel 2009, dovendo visitare la missione, da parte del superiore generale dei missionari e della superiora generale delle missionarie è stato spontaneo preparare e realizzare la visita insieme, accompagnati dai rispettivi consiglieri generali incaricati per l’Asia. A parte i colloqui personali e gli incontri distinti con le comunità del proprio istituto, tutto il resto è stato fatto insieme: le visite al vescovo e ai luoghi della nuova apertura, la stesura del messaggio da consegnare ai missionari e missionarie delle due missioni, il messaggio finale.

 

Anche la lettera ufficiale inviata dopo la visita è stata approvata da entrambe le direzioni generali: “Desideriamo ringraziare, a nome dei nostri istituti, per quanto siete e quanto fate nella giovane Chiesa di Mongolia. È un dono particolare per le nostre due famiglie religiose. La realtà che vivete è unica nei nostri istituti. Guardando la missione in Mongolia possiamo dire che è possibile vivere il sogno del nostro fondatore: vivere in unità d’intenti… Abbiamo costatato che siete capaci di collaborare tra di voi, missionari e missionarie, perché siete convinti che questo è un valore per la missione e perché vi volete bene. Avete portato avanti un dialogo continuo con le due direzioni generali. Vi siete sforzati di ricercare insieme dove iniziare la missione sempre in comunione con la Chiesa locale, caratteristica costante nel nostro fondatore nelle sue iniziative e nello sviluppo degli istituti”.

In quei giorni il prefetto apostolico della Mongolia, religioso anche lui, ci ha detto: “Vi ringrazio per la vostra presenza, perché è una testimonianza di cui avevamo bisogno. Noi siamo arrivati qui e abbiamo fatto tante cose, perché c’erano tante urgenze. Però il vostro impegno nel discernimento in comunione è stato un dono immenso. Siete stati un modello per noi”.

 

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