Ciao Vittorio

È scomparso il più grande dei “fratelli Taviani”, una delle coppie di registi più impegnate e insieme più poetiche del cinema italiano. Il “Leone d’oro alla carriera” e sette “David di Donatello”, tra i molti premi vinti nella loro storia professionale
Vittorio (a sinistra) e Paolo Taviani

È difficile, forse impossibile, raccontare Vittorio Taviani senza parlare anche di suo fratello Paolo. È come se fossero un regista solo, un unico grande maestro del nostro cinema. I fratelli Taviani, appunto, loro due, i cui film hanno fatto il giro del mondo e ovunque hanno ricevuto elogi e premi: la Palma d’oro a Cannes nel ’77 con quel capolavoro che è Padre padrone (dal romanzo di Gavino Ledda) o l’Orso d’oro a Berlino appena sei anni fa, con la vitale, giovane e interessante rivisitazione di Shakespeare con quel Cesare deve morire realizzato assieme ai carcerati di Rebibbia. Senza dimenticare il Leone d’oro alla carriera e i sette David di Donatello vinti negli anni.

Hanno sempre lavorato insieme, Paolo e Vittorio, e insieme hanno sempre raccontato il loro lavoro. Sempre uno accanto all’altro, sul set e sui giornali, o in tv. Hanno scritto, montato e girato insieme, una scena a testa, una pagina ognuno, una sola mano, una sola testa, un solo cuore.

Solo l’ultimo film, Una questione privata, del 2017 – tratto dal romanzo omonimo di Beppe Fenoglio – l’ha girato solamente Paolo, perché il fratello stava male, e in ogni caso l’avevano scritto a quattro mani, e quando il regista sul set si voltava e non vedeva l’altro accanto, avvertiva un grande vuoto. «Alla fine di ogni ripresa cercavo il suo sguardo, come se fosse con me», diceva Paolo a La Repubblica l’autunno scorso. Al montaggio, però, erano di nuovo insieme, a completare quei «50 anni di creatività in comune» – in realtà di più –, cominciati nel paesino natale vicino Pisa, a San Miniato, con qualche documentario a sfondo sociale (e politico) insieme al prezioso amico Valentino Orsini, verso la fine degli anni cinquanta.

Fondamentale la frequentazione assidua del cineclub a Pisa, e forse la prima immagine da usare per raccontare il viaggio nel cinema dei fratelli Taviani dovrebbe essere quella in cui insieme guardano in sala Paisà di Roberto Rossellini, anno 1946: una folgorazione per entrambi, la via maestra da seguire. E pensare che sarebbe stato proprio Rossellini, più di vent’anni dopo, a consegnare loro la Palma d’oro a Cannes, da presidente della Giuria del festival. Un grande cerchio chiuso per i due fratelli figli di un avvocato antifascista e partigiano, che aveva saputo trasmettere bene i suoi ideali di libertà e giustizia ai suoi ragazzi. Vittorio era il più grande, del 1929, Paolo solo di due anni più piccolo; entrambi da sempre intenzionati a fondere il rigore del neorealismo con il potere della lirica, per un cinema non militante, ma con una precisa visione del mondo. Un cinema impegnato e insieme poetico, non solo politico, non solo storico, ma sempre colto, dove convivono il tema della guerra, quello della rivoluzione, quello della Resistenza e quello dell’amore. La denuncia e l’utopia, i monti e il mare. Un cinema dove entrano spesso la letteratura, il teatro e la musica ha un ruolo determinante.

C’è anche la parola «mistero» che a Paolo e Vittorio è piaciuto accostare alla loro poetica, a titoli come Un uomo da bruciare, I sovversivi, La notte di San Lorenzo, Allonsanfàn e San Michele aveva un gallo: pilastri del cinema italiano, pregni della stagione in cui sono stati realizzati, ma anche portatori di un respiro più ampio, classico e moderno, un cinema importante da conoscere (anche per i giovani) per comprendere le potenzialità del cinema, un cinema pieno di amore e fiducia nel cinema stesso, un modo straordinario, secondo loro, «per essere amati da persone che forse non incontreremo mai». Lo diceva già Tolstoj, parlando della letteratura. Ciao Vittorio.

 

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