Chiuse le indagini su via D’Amelio

Il procuratore capo di Caltanissetta parla di “miracoli investigativi”. Dopo 20 anni di depistaggi e processi si è giunti al rinvio a giudizio di sette indagati e ad una ricostruzione diversa delle stragi
STrage via D'Amelio

La Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta ha chiuso le indagini sulla strage di via D'Amelio, strage in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Eddie Walter Cusina. I magistrati, chiudendo le indagini, hanno chiesto anche il rinvio a giudizio di sette indagati: il boss Salvatore Madonia, Vittorio Tutino, i pentiti Gaspare Spatuzza, Vincenzo Scarantino, Salvatore Candura, Calogero Pulci e Francesco Andriotta. I boss mafiosi Salvatore Madonia e Vittorio Tutino devono rispondere di strage, così come il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Sono invece accusati di calunnia aggravata i pentiti di mafia Vincenzo Scarantino, Salvatore Candura, Calogero Pulci e Francesco Andriotta.

«Nella nuova indagine per la strage di via d'Amelio abbiamo fatto miracoli investigativi», ha detto il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari. «Per un colossale errore giudiziario – ha proseguito Lari che coordina il pool antimafia – sono state condannate otto persone che l'anno scorso sono state scarcerate. In questi ultimi periodi si sono fatti passi avanti da giganti». Resterebbe invece aperta l'inchiesta sui poliziotti Mario Bo, Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera che facevano parte del pool che coordinò l'indagine sulla strage e che avrebbero indotto i pentiti a fare delle false dichiarazioni sugli organizzatori e sugli esecutori dell'attentato.

Ripercorriamo allora cosa è accaduto in questi venti anni per comprendere meglio la decisione dei giudici. Domenica 19 luglio 1992, alle 16,58, una 126 imbottita di Semtex, piazzata in via D’Amelio, dilania il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta. Il Semtex è un esplosivo militare. Nei primi momenti delle indagini la confusione è massima.

La domanda è: chi ha rubato e portato lì la Fiat 126? L’auto rubata appartiene a una donna, Pietrina Valenti. Il 20 settembre 1992, suo fratello Luciano si trova nel carcere di Bergamo per stupro ed è lui ad accusarsi del furto. Ma poi cambia continuamente versione, giungendo a coinvolgere anche il suo amico Salvatore Candura che alla fine diviene l’unico responsabile del furto della macchina.

Candura sostiene che il furto lo aveva commesso su commissione di un certo Vincenzo Scarantino, «uno che vende sigarette di contrabbando a Piazza Guadagna», fece mettere a verbale Candura. Ma c’è un altro elemento da tenere in evidenza: sia Candura che Valenti – ancorché stanno per essere indagati per strage – rifiutano di nominare un avvocato di fiducia. All’interrogatorio di Candura e Valenti sono presenti oltre il Pubblico ministero, il capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera e il commissario capo Gioacchino Genchi, che qualche mese dopo lascerà il gruppo non condividendo la “pista Scarantino”.

Va subito detto che La Barbera era uno dei poliziotti più intelligenti e preparati: si deve a lui  la cattura del boss Totuccio Contorno. Lo cercò e lo trovò a Palermo quando tutti  erano convinti che fosse negli Stati Uniti sotto protezione FBI. Poteva, quindi, essere credibile che i “Corleonesi” si fossero affidati ad uno spacciatore di quartiere per organizzare la strage di via d’Amelio? Eppure La Barbera lo ha creduto possibile e con lui i magistrati di Caltanissetta tranne Ilda Boccassini – oggi alla Procura di Milano – che non credeva alla “pista Scarantino”.

I magistrati hanno raccolto riscontri alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Spatuzza, che ha fortemente contribuito a ridisegnare il quadro delle responsabilità ed è stato ritenuto attendibile: si è attribuito un ruolo nella preparazione dell’attentato di via D’Amelio, ammettendo di aver rubato la Fiat 126 che venne poi usata come autobomba per assassinare Borsellino. Esce di scena il meccanico che avrebbe sistemato le ganasce della macchina, Maurizio Costa, per il quale la Procura ha chiesto l’archiviazione.

Tutino è accusato di aver effettuato, assieme a Spatuzza, il furto della macchina poi utilizzata per la strage. Avrebbe anche procurato due batterie e un’antenna, necessari per alimentare e collegare i dispositivi di innesco dell’esplosivo. Pulci risponde solo di calunnia aggravata perché nel processo “Borsellino Bis”, in appello, ha incolpato falsamente Gaetano Murana, dichiarando che l’uomo avesse partecipato alle fasi esecutive dell’attentato di via D’Amelio. Murana è stato poi condannato all’ergastolo.

I magistrati hanno quindi svolto un lavoro importante. Quando il procuratore Lari parla di “miracoli investigativi” c’è da credergli. Rimettere in discussione un impianto accusatorio, ritrovare il bandolo della matassa, saper investigare tra presunti e veri depistaggi non è stata una passeggiata. «I magistrati nisseni – dichiara Giovanbattista Tona, magistrato della Procura di Caltanissetta – hanno svolto indagini difficili, senza farsi condizionare dalle facili certezze, dalle affascinanti suggestioni, da chi taceva quello che sapeva e da chi parlava per coprire la verità». «Questo lavoro certosino – conclude Tona – sarà messo alla prova nei processi e sarà da stimolo per gli ulteriori necessari approfondimenti».

L’indagine  di Caltanissetta è una bella pagina di storia italiana volta alla ricerca della verità e della giustizia senza fare sconti a nessuno, senza, proprio come  ha detto il magistrato  Tona, «farsi condizionare dalle facili certezze e dalle affascinanti suggestioni».

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