Charles de Foucauld, Fratello universale

La singolare esperienza nel deserto di uno straordinario testimone dell'amore del Padre. Un seme che ha prodotto un grande frutto.
Charles de Foucauld

Oggigiorno tutti noi siamo testimoni compiaciuti per l’accresciuto interesse e per la valorizzazione in atto sia dell’esperienza in genere, sia di quella spirituale in specie. L’autentica esperienza religiosa non è il risultato di metodologie o di tecniche paranormali o esoteriche. Non può darsi esperienza di Dio, se non per sua iniziativa. Una delle caratteristiche dell’esperienza spirituale è la gratuità del dono, e ciò fa dell’esperienza spirituale il suo unicum. È questa la peculiarità che si sviluppa in qualunque esperienza religiosa, sia essa cristiana o appartenga alle religioni dell’umanità, specialmente a quelle monoteistiche o alle grandi religioni del libro.

Compito specifico dell’indagine teologica è quello di riflettere sull’esperienza spirituale, poiché c’è una perfetta coincidenza fra teologia e biografia del credente. Per sua natura l’esperienza spirituale è un’esperienza limitata e personale. Per questo motivo l’esperienza di Dio non è uguale per sempre e per tutti. In essa il testimone racconta quello che gli è capitato, mentre l’esperienza si affranca dal suo limite e dalla sua inevitabile soggettività nella misura in cui dimostra la validità oggettiva dei suoi contenuti. Nell’esperienza la realtà è mediata da esperienze di uomini e di donne tanto più significative quanto più sono capaci di favorire una seria riflessione sul valore, sui contenuti e sull’applicabilità dell’esperienza ad altre persone. Questa approfondita riflessione sulle singole esperienze conferisce forza argomentativa e grande autorevolezza all’esperienza stessa.

Il frequente rinvio all’esperienza ha connotato per secoli la riflessione teologica della Chiesa, soprattutto nei momenti bui della prova, delle persecuzioni e del martirio dei suoi figli migliori. Le più disparate e diversificate esperienze sono differenti tra loro secondo i campi di esperienza e secondo l’interessato che si trova a viverle.

Accanto alle esperienze generiche, abbiamo quelle settoriali quali le religiose, le esperienze esistenziali quali quelle nell’ambito relazionale, le esperienze professionali, ecc., secondo l’individuo direttamente coinvolto.

 Una singolare esperienza della tenerezza di Dio 

Charles de Foucauld (1858-1916) durante la sua vita1 cercò di seguire e d’imitare quel Gesù di Nazareth, che un bel giorno (fine ottobre 1886) gli aveva rubato il cuore (cf. Ct 4, 9). L’incontro con lui trasforma la vita e i progetti di chiunque incroci il suo sguardo penetrante e indagatore2. Non è possibile incontrare Cristo senza “prendere posizione” di fronte a lui, Parola del Dio vivente (cf. Lc 2, 34-35). La conversione di Charles de Foucauld fu un capovolgimento radicale e segnò l’inizio della sua missione per testimoniare agli uomini-fratelli ciò ch’era avvenuto in lui. Proprio per questo egli desiderò seguirlo nell’imitazione più fedele e letterale possibile, così da offrirgli la prova suprema dell’amore.

Scelse l’imitazione di Gesù: “Gesù. Gesù solo!”, perché l’imitazione è per sua natura inseparabile dall’amore. Si fece povero tra i poveri per fedeltà alla sua vocazione d’imitare la vita nascosta di Gesù a Nazareth, dove lo stare con Lui implicava la condivisione della sua vita, portando nella preghiera l’intercessione per tutti gli uomini-fratelli. Servire da povero Gesù povero, accontentandosi dell’ultimo posto. Gesù nel mistero dell’incarnazione si è fatto l’ultimo degli uomini. Egli, testimoniandoci l’amore del Padre nel suo di fratello, ci restituisce alla nostra verità di figli di Dio, capaci di amare come siamo amati da lui. Chi esclude qualcuno dalla sua fraternità non è figlio di Dio: esclude Gesù che è l’ultimo di tutti ed è contro il Padre che tutti ama come figli. Dove invece c’è solidarietà, il cielo si squarcia e si riversa sulla terra, mentre Dio si fa presente nel mondo, dove gli uomini vivono da fratelli, amandosi con lo stesso amore col quale il Padre continua ad amarli.

I poveri, per Charles de Foucauld, erano coloro che vivevano nella miseria materiale, ma ancor più in quella morale; in quest’ultimo caso si trattava dei più lontani da Dio, dei più reietti tra gli uomini. Charles si fece piccolo fra i piccoli per rivelare la tenerezza di Dio che è Amore (cf. 1 Gv 4, 7-8). “L’essenza della religione è l’amore”, “Non amerò mai abbastanza,”, “Che io vada fino in fondo sulla via dell’amore”3. La chiamata a essere figlio, si realizza nel farsi fratello di tutti, il fratello universale. Così ogni cristiano diviene il Figlio che ama Dio come il Padre (cf. Mt 6, 9; Lc 11, 2) Nella misura in cui de Foucauld sperimentò l’amore di Dio come Padre comune degli uomini, poté amare così com’era stato amato da Lui, facendosi testimone4 per gli altri, perché anche loro potessero fare la sua stessa gioiosa esperienza nella loro vita.

Fu questo seducente amore di Dio5 che lo portò a imitare la vita di Nazareth, dove la quotidianità segue i suoi ritmi consueti e le sue cadenze immutate nel tempo. Qui per anni (1897-1901) egli alternò preghiera e lavoro. Nazareth fu la sua sola scuola e la vita di Gesù “il modello unico” da imitare. Qui cercò l’anonimato e la vita nascosta, sull’esempio dell’umile carpentiere di Galilea. Nazareth s’impose subito al suo intuito perspicace come una parola chiave; il mistero della sconcertante piccolezza di Nazareth parve a Charles de Foucauld come un “monogramma” sperimentabile del mistero di Dio, che aveva fatto irruzione nella sua vita, catturandolo come preda d’amore per sempre (cf. Ct 6, 3). Fu questa esperienza dell’infinita tenerezza di Dio, che lo portò a voler insistere sul mistero dell’incarnazione del Verbo e sull’umanità del Figlio di Dio: “Dio è venuto a noi, si è unito a noi, ha vissuto con noi nel più familiare e stretto contatto”6, “Dio, l’Essere infinito, l’Onnipotente che si è fatto uomo e l’ultimo degli uomini”7.

Charles de Foucauld, come tanti altri autori prima di lui, sottolinea il ruolo fondamentale dell’umanità di Gesù di Nazareth, che non ostacola l’esperienza spirituale di Dio, ma, al contrario, la innerva in Cristo Signore. In Gesù di Nazareth, il Dio dell’Alleanza ha assunto un volto umano, entrando di fatto nella storia e invitando gli uomini alla sua sequela. A partire da questa realtà, grazia particolare di rivelazione a lui, Charles decise di amare Gesù Cristo senza riserva, di volerlo imitare in ogni cosa, di pensare, dire e fare sempre e solo ciò che Gesù avrebbe pensato, detto e fatto nelle circostanze più disparate della sua vita: “L’imitazione è inseparabile dall’amore: chiunque ama vuole imitare. È il segreto della mia vita: io ho perso la testa e il cuore per quel Gesù di Nazareth crocifisso 1900 anni fa e spendo la mia vita nel cercare di imitarlo, per quanto la mia debolezza me lo permetta”8.

“Essere con Gesù” significa “fare quello che Gesù vuole da me.” A questo proposito Charles de Foucauld ci suggerisce un mezzo molto efficace e pratico per vivere l’esperienza della profonda unità con Gesù di Nazareth: “Il mezzo migliore è, mi sembra, di prendere l’abitudine di chiedersi, in ogni cosa, ciò che Gesù penserebbe, direbbe o farebbe al posto vostro, e di pensare, dire, fare ciò che egli farebbe (…) È per questo che egli è venuto fra noi, affinché noi avessimo un mezzo facile, a portata di tutti, di praticare la perfezione”9.

Sul finire del 1904, in Charles de Foucauld si manifestò la volontà di andare verso gli altri; di farsi loro prossimo. Non si trattò di lasciare semplicemente uno stile di vita piuttosto di un altro, un luogo, qualcosa o qualcuno, ma di andare verso qualcuno, di rendersi disponibile all’incontro, farsi vicino, farsi prossimo a quanti erano lontani da Dio. Solo andando verso gli uomini-fratelli diventiamo noi stessi figli. La sua sequela di Gesù di Nazareth si fece fraternità con ogni persona, a cominciare dall’ultima, dalla più reietta ed esclusa. Fu dalla pienezza del suo amore per Cristo Gesù, che scaturì il suo amore fraterno per tutti indistintamente. Charles de Foucauld si lasciò rapire verso abissi di umiltà e di amore inimmaginabili. La sua vita quotidiana recava le impronte incandescenti di una generosità contagiosa ed eroica. 

Dall’incontro con Dio all’incontro con l’uomo 

De Foucauld capì che come dall’incontro con Cristo era scaturita per lui una vita nuova, così poteva avvenire nell’incontro con i Tuareg, i misteriosi uomini blu che popolavano quell’oceano sterminato di dune morte che è il deserto del Sahara. L’austerità severa del deserto algerino scavò in profondità il suo incontenibile desiderio di Dio e l’essenzialità di quel luogo dal gelido aspetto lunare preparò il suo cuore per la venuta del Salvatore, quando il Verbo in persona avrebbe completato la sua deificazione, perché i suoi sforzi, per quanto generosi e costanti, non avrebbero potuto elevarlo sino alla vertiginosa trascendenza di Dio.

È una constatazione comune a noi tutti, nella faticosa esperienza quotidiana delle relazioni interpersonali, che l’incontro con l’altro può essere occasione di scambio, ma anche una insidiosa tentazione di esclusione o di chiusura. De Foucauld sentì che il cristiano non poteva essere nemico di nessuno: “Voglio abituare tutti… cristiani, musulmani, ebrei, a considerarmi loro fratello, il fratello universale”. Egli era convinto della comunicabilità della sua esperienza di Dio, perché ogni esperienza ha come soggetto una persona che, in quanto tale, è naturalmente aperta agli altri. Per cui l’agàpe divina sperimentata da Charles, doveva trasformarsi in amore concreto del prossimo e questo a sua volta doveva creare fraternità, amicizia, reciprocità, dono. Egli si lasciò docilmente invadere dalla grazia della contemplazione, divenendo così un uomo afferrato da Dio. L’esperienza di Dio porta sempre a dimenticarsi per gli altri e ciò rende possibile una testimonianza di fede e di amore al di là delle persone, dei luoghi o delle situazioni dove ogni giorno viviamo i nostri impegni professionali.

La sua fu una spiritualità essenziale, austera ma ospitale. Egli trasmise a chiunque incontrò la gioia di sentirsi accolto, amato, rispettato, valorizzato perché persona. Charles de Foucauld scelse il muto deserto del Sahara algerino non per fuggire lontano dagli uomini, ma per un vivo desiderio di comunione, d’incontro, un’insopprimibile bisogno di fraternità10. Egli andò nel deserto per incontrare i poveri, per vivere come uno di loro, per farsi loro prossimo, accessibile, uno su cui poter contare in caso di bisogno. Non si tratta di fuggire nel deserto, ma di scoprire il quotidiano come luogo possibile e normale della santità. Ognuno di noi è chiamato a scoprire Cristo come il vero amico, unificando tutta la propria vita intorno a lui, divenendo uomini e donne integrali. Non c’è separazione tra la vita concreta, fatta di lavoro, di fatica, di relazioni, di sconfitte… e il cammino spirituale. Possiamo vivere anche noi come Charles de Foucauld a Nazareth e scoprire il volto di Cristo Gesù in quello dei poveri, solcato a fondo dal dolore.

La scelta dei poveri creò in lui quella fame e sete di giustizia che Gesù aveva definito come la vera identità dei figli di Dio: “Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli (…) Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, (…) perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5, 3-12; cf. anche Lc 6, 20-23). Charles visse in ambienti segnati dall’emarginazione, dalla discriminazione razziale, ma anche da profonde divisioni sociali in un popolo già ferito nella sua dignità, dimenticato e troppo lontano dai centri decisionali del potere, che avrebbero potuto se non cambiare, almeno migliorare la loro situazione. Per tutto questo egli decise di percorrere i sentieri aspri e solitari di tutte le forme di povertà e di disperazione umana, gridando Cristo dentro i drammi delle tante storie personali dei dannati della terra, per infondere in loro una speranza nuova che più non muore.

De Foucauld andò a vivere con gli ultimi per esaltare con la sua condivisione di vita di ognuno, l’eguaglianza e la fondamentale parità di dignità di ogni persona. A volte i più lontani sono quei vicini che trascuriamo: quelli che emarginiamo oltre ogni confine di vita vivibile. Noi facciamo dei limiti umani un luogo di lotta dura. Dio invece fa di ogni fragilità, compresa quella del peccato, un luogo di solidarietà e di compagnia. È, questo, uno squarcio rivoluzionario perfino sui sentieri dell’impegno missionario a vita dei professionisti dell’evangelizzazione. Infatti, è di capitale importanza per l’opera di evangelizzazione ad Gentes, ancora prima delle tanto necessarie opere di promozione sociale, amare le persone per quello che sono, senza demonizzazioni, ma anche senza alibi, fughe o facili idealizzazioni. La forza testimoniale di Charles de Foucauld, la predicazione del Vangelo attraverso la vita minuta d’ogni giorno, sono una provocazione salutare perché l’evangelizzazione sia sempre più rispondente al mandato originario che la Chiesa ha ricevuto da Gesù (cf. Gv 13, 34-35).

Contemplazione e azione11, cuore a cuore con Dio nella preghiera solitaria e dedizione incondizionata agli uomini-fratelli, esigente sequela di Cristo crocifisso e struggente calore umano d’amicizia, che crea rapporti nuovi di fraternità: queste le sobrie caratteristiche della vita di Charles de Foucauld nella sua fase più piena e feconda di bene. Egli visse in preghiera e in solitudine, ma accogliendo quanti bussavano alla sua porta, specialmente i poveri, vero sacramento di Cristo per l’umanità (cf. Mt 25, 35-45): “La fraternità è un alveare”, “La fraternità è il tetto del buon pastore”, “Dalle quattro e mezzo del mattino alle sei e mezzo della sera, non smetto mai di parlare e di vedere persone”12. Per Charles de Foucauld la preghiera solitaria fatta nel deserto del Sahara algerino diventò il luogo esperienziale, che conferì a tutte le sue azioni la nota qualificante della gratuità, della donazione senza riserve. Nelle sue relazioni d’amicizia con i Tuareg, egli non aveva altro da offrire che l’ascolto, il rispetto, l’attenzione che diceva che l’altro era importante, indipendentemente dal suo credo religioso e dalla sua estrazione sociale. Per noi oggi è difficile capire questo ruvido camminare con i poveri, senza nessuna vocazione direttamente apostolica. La sua fu una vita sepolta nel deserto; una vita di anacoreta contemplativo, di povero pellegrino della fede, di silenzioso operaio del Vangelo come i trent’anni di Gesù a Nazareth. 

Per amore, solo per amore 

Negli ultimi anni della sua vita, Charles de Foucauld si sentì irresistibilmente spinto a stabilirsi sulle montagne desolate dell’Hoggar, dove vivono i Tuareg, un popolo nomade, diffidente e restio a lasciarsi avvicinare. Fin dai suoi primi contatti coi Tuareg si mise a studiare con passione la loro lingua, mettendosi all’umile ascolto della loro cultura ancestrale, trascrivendo centinaia e centinaia di poemi, cantati di sera attorno alle lingue sinuose del fuoco, nelle fredde notti stellate del Sahara sconfinato. La relazione di De Foucauld con l’Islam13 più che scoperta di un’altra religione, segnò l’incontro con persone concrete ed egli mise a frutto le sue competenze linguistiche ed antropologiche, accumulate negli anni della sua celeberrima “Reconnaissance au Maroc”14, per capire la loro lingua e la loro cultura atavica. Egli raccolse di duna in duna, di tenda in tenda, di oasi in oasi, tra carovane e lunghe giornate di silenzio, di caldo soffocante e di sabbia presente ovunque, i canti tuareg, densissime gocce di sapienza d’altri tempi. E così, per amore, solo per amore, egli divenne memoria vivente della storia e della civiltà del fascinoso popolo Tuareg15:

“Gloria a Dio che effonde

calore sul cuore del figlio di Adamo;

penetra nei suoi atri e lo infiamma.

Colui che non ti è fratello né parente,

che non è con te, delle tue parti,

ove vi vedete e frequentate,

in te prende discendenza

bimbi che hanno grazia e sillabe cinguettano”16. 

In più di un’occasione Charles de Foucauld fu protetto dai musulmani, in mezzo ai quali aveva deciso di vivere per il resto della sua vita. Tra la fine del 1907 e l’inizio dell’anno seguente, egli fece un’esperienza indimenticabile, che segnò per sempre la sua esistenza e impresse una svolta determinante al suo itinerario spirituale.Il deserto è sempre stato il luogo dove si lotta duramente per la sopravvivenza e in cui si saggia e si rivela la capacità di resistenza degli uomini, temprati da ogni genere di privazioni. In un periodo di grave carestia, dopo aver condiviso tutto quello che aveva con i Tuareg, Charles si ammalò gravemente. Indifeso e fragile era completamente nelle mani degli abitanti del deserto. In quei momenti veramente difficili, nella fede visse un abbandono a Dio pieno e reale. Sarebbe stata la sollecitudine premurosa e discreta dei suoi amici Tuareg, a salvarlo da morte sicura. Consegnatosi a loro nel più totale e fiducioso abbandono, egli sperimentò come non mai prima di essere un vero anawin di Jhwh: “Padre mio, io mi abbandono a Te, fa di me ciò che Ti piace! Qualunque cosa Tu faccia di me, Ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, (…) Rimetto la mia anima nelle Tue mani, (…) È per me un’esigenza d’amore (…) il rimettermi nelle tue mani (…), con una confidenza infinita, poiché Tu sei mio Padre.” Quasi sempre la fede si vive nell’oscurità. Noi non comprendiamo le vie di Dio, che rimane inaccessibile, misterioso, altro da noi.

Fu la presenza confortatrice di Cristo Signore, che Charles de Foucauld sperimentò nella carità sobria ma efficace di quanti lo avevano soccorso nei drammatici momenti di emergenza per le sue condizioni di salute. Segno questo, che gli schivi Tuareg avevano cominciato a capire e ad apprezzare la sua presenza rispettosa e non volevano perdere un amico proprio allora che cominciavano a considerarlo come uno di loro: il marabut17 dal cuore rosso18. Charles de Foucauld aveva osato andare là dove non c’era ancora una presenza organizzata di Chiesa, per rendervi presente Gesù Cristo con la sua testimonianza evangelica fatta di amicizia19 e di bontà senza paternalismi e ideologie. Che cos’è la missione se non annunciare il Vangelo ponendosi sulle frontiere che attraversano l’umanità? Frontiere che, al tempo stesso, dividono e uniscono, separano e avvicinano, compongono vecchie divisioni e inevitabilmente ne creano di nuove: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuor.” (Lc 2, 34-35).

Charles de Foucauld è stato un “testimone di presenza”, un “testimone di mediazione”, libero di fondersi in mezzo agli altri in quelli che erano gli spazi aperti a tutti, senza esclusioni. Una delle caratteristiche che riguardano l’esperienza nella quale si attua un coinvolgimento personale e integrale della persona, concerne proprio il paradosso della libertà, che caratterizza la vita delle persone stesse con le loro esperienze di vita, che diventano luogo di scelta e spazio per un’assunzione di responsabilità.

Una testimonianza all’estrema frontiera del cristianesimo, la sua, impegnata in modo che i valori del Regno penetrassero discretamente nella società tuareg e che la sensibilità e le aspirazioni della società tuareg penetrassero nella Chiesa. Agli inizi questa presenza singolare ebbe grande difficoltà a farsi capire e a essere accettata, ma in seguito la testimonianza di questo amore universale fu ricambiato dai fieri Tuareg del deserto algerino.

Soggetto dell’esperienza è sempre una determinata persona, aperta alla trascendenza, e proprio per questo, chiamata a vivere la reciprocità del dono. Qualificando il carattere specifico di un rapporto come può essere quello che si realizza nell’esperienza spirituale, la persona in quanto essere storico e incarnato nel tempo e nella società, fa esperienza del suo limite e della sua relatività. La storia nella quale l’uomo vive è una storia nella quale il futuro non è una mera continuazione del passato. L’uomo allontana ogni tentazione dualistica, entrando di diritto in qualsiasi tipo di esperienza. Solo se realizza un incontro personale e integrale nell’uomo, l’esperienza affranca l’uomo da quei limiti intrinseci alla natura stessa dell’esperienza.

I molti eredi spirituali20 di Charles de Foucauld sul suo esempio continuano a scegliere di risiedere in quei luoghi anonimi e senza prestigio, dove nessuno si sognerebbe di andare a vivere, cioè nel nascondimento e nell’apparente inutilità della loro presenza. In questi contemplativi atipici c’è il rifiuto di porsi in evidenza nei riguardi del mondo in cui vivono e della sua società21; c’è in loro una profonda fiducia nell’uomo e nel suo mondo. Secondo loro non è il mondo che appartiene alla Chiesa, ma è la Chiesa che appartiene al mondo. Essi rappresentano quei pochi esseri umani tramite i quali, oggi, innumerevoli persone nate e cresciute in tradizioni del tutto estranee al cristianesimo, hanno la possibilità di entrare in contatto con Gesù di L’aspetto inedito e importante della loro testimonianza di basso profilo nella Chiesa, consiste proprio nella gratuità d’una autentica presenza amica, che non si preoccupa affatto dei risultati immediati. La dolce umanità della loro amicizia discreta, che fa nascere negli altri confidenza e apertura, qualità tra le più preziose nelle relazioni interpersonali, non ha altra pretesa o aspirazione che quella di far pensare a Dio, di risvegliare il desiderio, la nostalgia di lui. In ogni persona, anche se a livello inconscio22, c’è il desiderio di mettersi in contatto con quel Trascendente dai molti nomi, dai molti volti e dai molti luoghi; Colui che ha i nomi di tutti i senza nome, che abita i luoghi delle segregazioni razziali e delle emarginazioni sociali, che ha il volto di tutti i senza volto che sono tra noi: sradicati dal loro mondo e scartati dal nostro sono i più poveri tra i poveri, i veri anawim di Dio. 

Conclusione 

“Vivi come se tu dovessi morire martire quest’oggi” Il cristiano, decidendo di seguire Cristo ed esponendo se stesso nella relazione con gli altri, rende testimonianza alla verità di Dio, fino alla reale possibilità del martirio. In questa decisione l’uomo mostra il compimento della propria libertà, mediante un atto con cui decide di sé per l’eternità. In questo senso il cristiano diviene memoria viva di Gesù Cristo e con la sua testimonianza offre o ogni persona quella verità, che egli ha ricevuto in dono e della quale ognuno ha bisogno per pervenire a se stesso.

Il 1° dicembre 1916 Charles de Foucauld fu assassinato nel suo eremitaggio di Tamanrasset, perché l’iniquità della guerra non conosce confini23. Finalmente si era realizzato il più struggente anelito della sua vita: essere per sempre col suo Benamato Signore. Così aveva scritto molti anni prima, quasi presago dell’alto prezzo che la sequela di quel Gesù di Nazareth avrebbe comportato. La sua risposta fu immediata e ci dice l’intenso clima interiore in cui egli viveva la sua relazione di configurazione al suo Modello Unico: “Qualunque sia il motivo per cui ci uccidano, se noi, nell’anima, riceviamo la morte ingiusta e crudele come un dono benedetto della tua mano, se non opponiamo resistenza per ubbidire alla tua parola: Non resistete al male (Mt 5, 39) e al tuo esempio, allora qualunque motivo abbiano per ucciderci, moriremo nel puro amore e la nostra morte, se non sarà un martirio nel senso stretto della parola e agli occhi del mondo, lo sarà ai tuoi occhi e sarà una perfetta immagine della tua morte” Questa la sua lettura nella sorprendente anticipazione di quegli eventi che lo avrebbero visto drammaticamente coinvolto. Ma chi riuscirà a capire tutta la ricchezza e il fascino di un’avventura interiore tra le più feconde e interessanti del novecento?

In un’epoca che per molti aspetti si sta facendo sempre più deserto di Dio, siamo sempre più consapevoli dell’urgenza della testimonianza evangelica di quei fratelli e di quelle sorelle che nell’umiltà e nel nascondimento hanno saputo vivere e portare il Vangelo anche a quanti vivono in situazioni apparentemente estreme e paradossali. Charles de Foucauld è certamente un cristiano dalla coerenza straordinaria, che ha interpretato il Vangelo applicando con una rara sagacia la grammatica del silenzio eloquente, la forza vincitrice della debolezza e la sapienza nella stoltezza della Croce (cf. 1 Cor 1, 21-25).

Con la sua beatificazione (13 novembre 2005) l’eredità spirituale di Charles de Foucauld appartiene a tutti noi; è un bene non solo dei cristiani, ma della sconfinata famiglia umana. Egli ci ha mostrato che vivere il Vangelo resta, oggi come ieri, il segreto dell’irradiamento dell’apostolato che trae dalla preghiera all’Unico Benamato24 la forza di essere un autorevole testimone di Dio nel mondo odierno, che crede solo a ciò che vede ed esperimenta (cf. Gv 20, 25-27). Se il mondo ha bisogno di maestri che siano dei testimoni, eccone qui uno sorprendente e paradossale allo stesso tempo. A noi il compito di rivisitare la sua singolare esperienza umana e spirituale per appropriarcene. 

 

NOTE

 

1 Per chi non avesse possibilità o tempo di leggere una biografia per esteso, veda una breve ma completa nota biografica contestualizzata: A. Furioli, Charles de Foucauld. La sua vocazione: predicare il Vangelo in silenzio, in Rivista di Vita Spirituale, 38 (1984), 354-372.

2 Nella chiesa del monastero ortodosso di S. Caterina sul Monte Sinai, è conservata un’icona “bellezza di ogni bellezza” conosciuta come l’icona di Cristo dall’occhio penetrante, dove è enfatizzata la diversificazione degli occhi (uno più grande dell’altro).

3 Lettera del 1913 all’amico Joseph Hours, in Correspondence lyonnaise Charles de Foucauld, éd. Karthala, Paris 2005.

4 Essere testimoni vuol dire “ri-cor-darsi” di Lui, vale a dire portarlo nel cuore, agendo e parlando come ha fatto Lui.

5 “Tu mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurr.” (Ger 20, 7).

6 Direttorio, art. XXVIII. Louis Massignon (1883-1962) considerò sempre questo scritto come il “depositum” ricevuto dal suo amico e non cessò di fare riferimento ad esso, di difenderlo, di ricordarlo davanti a ogni deviazione o scipitezza dell’opera foucauldiana. Per Massignon il Direttorio era un vademecum evangelico ad uso di tutti i battezzati.

7 All’ultimo posto. Ritiri di Terra Santa (1897-1900), Città Nuova, Roma 1974.

8 Lettera del marzo 1902 all’amico di liceo Gabriel Tourdes.

9 Lettera alle Clarisse di Nazareth, aprile 1914.

10 De Foucauld e i suoi discepoli sono convinti che la fuga mundi, tipica della vita monastica, non è il loro carisma. Al contrario: il mondo, dove Gesù di Nazareth ha vissuto, è buono e va trasfigurato nei suoi aspetti negativi, come “il chicco di grano che cade a terra e muore” (Gv 12, 24), dando, se necessario, la vita come un’offerta d’amore.

11 È necessario un equilibrio armonico tra l’aspetto contemplativo e quello apostolico: senza contemplazione l’azione manca d’incisività e di profondità; d’altra parte, senza l’impegno concreto la contemplazione non è feconda.

12 Lettera del 29 agosto 1902 a sua cugina M.me Marie de Bondy.

13 Cf. A. Furioli, Charles de Foucauld e l’Islam, in Rivista di vita spirituale, 56 (2002), 312-337.

14 Titolo di un’opera che ebbe quattro edizioni (8881; 19342; 19393 e 19984) e che gli valse la medaglia d’oro della Societé Française de Géographie (1885).

15 Per questo suo notevole contributo alla conoscenza della lingua, esattamente 40 anni fa, Paolo VI lo additava come modello da imitare nella Populorum progressio (26/03/1967): “Basti ricordare l’esempio del padre Carlo de Foucauld, che fu giudicato degno d’essere chiamato, per la sua carità, il Fratello universale, e al quale si deve la compilazione di un prezioso dizionario della lingua tuareg” (n. 12).

16 Le mariage, dai Chants Tuaregs, Albin Michel, Paris 1997.

17 Marabut: in arabo vuol dire uomo di fede, santone, guida spirituale; indica il rispetto e l’alto prestigio morale che la comunità islamica gli riconosceva.

18 Il simbolo del Sacro Cuore di Gesù che portava cucito, stampato o impresso sull’abito religioso.

19 Cf. A. Furioli, Charles de Foucauld. L’amicizia con Gesù, Áncora, Milano 20022.

20 I 19 gruppi che compongono questa ricca realtà ecclesiale sono organizzati in 11 Istituti religiosi, 2 Istituti secolari e 6 Associazioni pubbliche e private di fedeli, che insieme formano l’Associazione Spirituale Charles de Foucauld. I membri in tutto sono circa 15.000 (cf. A. Furioli, Gli eredi spirituali di fr. Carlo, in Le grandi scuole della spiritualità cristiana, di Autori Vari, Teresianum – ed. O. R., Milano 1984, 718-727).

21 Così scrisse a un laico di Lione: “Bandire da noi lo spirito militante” (Lettera a Joseph Hours, 3 maggio 1912, in Correspondence lyonnaise Charles de Foucauld, éd. Karthala, Paris 2005).

22 “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Sant’Agostino, Le confessioni, 1,1).

23 È il primo dicembre 1916. In Europa infuriava la prima guerra mondiale (1915-1918), che ebbe le sue nefaste ripercussioni anche in Africa.

24 Lettera a sua cugina M.me Marie de Bondy, Tamanrasset 26 agosto 1905.

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