Chardin, le parole semplici

A Ferrara la prima rassegna in Italia sul pittore francese. Oli e pastelli di un artista della quotidianità.
Chardin
Non capisco perché sia definita “pittura del silenzio”. Chissà, forse uno dei consueti slogan per attirare le presenze alle mostre, ma in questo caso è uno slogan ad effetto che non fa effetto. Le tele di Chardin, infatti, parlano. E quanto. Certo, resta il fatto che quello che rappresentano sembra ovvio, banale, già visto. Ragazzi che giocano con la trottola o fanno le bolle di sapone, sarte e cameriere e maestre, vasi di fiori o più prosaicamente paioli, cucchiai, mestoli, oggetti da cucina. E poi conigli e una pernice nera, leprotti, gatti, l’apparecchiatura per la colazione… Cose che chi frequenta un poco l’arte ha già visto, dal Seicento fino a Morandi o de Pisis, per restare in Italia. A proposito di quest’ultimo, ferrarese come la rassegna che vi è allestita, sorge il pensiero che la sua Lepre del 1932 sia stata dipinta dopo aver visto quella di Jean Siméon. I pittori non si copiano, certo, fra loro, ma traggono motivi di ispirazione dall’osservazione reciproca, anche a secoli di distanza, questo è un fatto assodato.

 

Tutto ciò fa scoprire la modernità di Chardin e come sia stato giusto allestire una rassegna per un pittore che a noi sembra atipico, ma che invece corrisponde allo spirito del Settecento, acuto indagatore della realtà, in particolare in Francia e Inghilterra, da Hogarth a Boucher a Fragonard, tanto per fare dei nomi. Solo che il nostro – che appare così buffo nell’autoritratto con gli occhiali a pince-nez, anziano (muore ottantenne nel 1779) – non ha intenti satirici come il primo, né edonisti o piacevoli come i colleghi francesi.

Chardin fa vedere quello che è uno degli aspetti più belli dell’arte, la capacità di trasfigurare il quotidiano, addirittura il banale. Il Mazzo di garofani e altri fiori (1755) su fondo neutro è stato messo sul piano a “far da bellezza”. Sono fiori semplici, di campo, eppure sembrano un monumento al rigoglio della natura, con quei petali ricchi di bianco. Chardin supera l’ordinarietà del gesto – la donna di casa li ha composti senza troppi pensieri – perché ci vede il profumo della vita. Il tavolo di servizio con zuppiera, del 1763, contiene una forza pari a certe nature morte caravaggesche o di Cézanne, eppure non ha la loro “presenza”, si distende con colori delicati, smorti, come valesse poco o nulla.

 

Chardin conosce la capacità superiore della timidezza in arte, del mettersi in un angolo con il gesto di non aver nulla di importante da dire. Invece, la purezza del colore, l’esattezza con cui gli oggetti vengono ricreati da un pennello sottile fanno sì che la piccola tela parli con parole semplici e vere: quelle che si dicono quando i rapporti sono naturali e freschi.

La freschezza è infatti un’altra della caratteristiche del pittore. La giovane maestra (1736) che corregge il quaderno al bambino, vestita in bianco e blu, con la cuffia in testa è avvolta da una luce ovattata, che racconta un affetto spontaneo fra lei e il piccolo. Si direbbe che Chardin, in questo frammento di vita, voglia spiegare cosa sia l’arte di educare, l’amore che ci vuole. E lo sottolinea con la morbidezza delle ombre colorate.

Ed infine ecco il Ritratto del figlio del signor Godefry che gioca con la trottola (1738). Raramente l’infanzia è stata resa nella sua disarmante innocenza come questo ragazzino, vestito di tutto punto – è pur figlio di un gioielliere – che osserva la ruota della trottola. L’intensità dello sguardo mostra l’importanza del gioco-lavoro per l’infanzia. Nessun colore eccessivo, nessuna tinta urlante, anzi piuttosto un tono basso, una rappresentazione ordinata – tavolo, libri, la penna d’oca – e il rumore della trottola che pare di sentire, colto per un secondo. Quante parole in queste tele. Come doveva esser ricca l’anima di quest’uomo da sapere far parlar i pensieri e le emozioni attraverso gesti così normali.

Ma questa è l’arte grande, che ancora ci parla, capace di dire la vita in tutto ciò che sembra ordinario. In verità, l’ordinario non esiste, perché ogni attimo è di per sé un piccolo miracolo. È la lezione di Chardin.

 

Chardin, il pittore del silenzio. Ferrara, Palazzo dei diamanti, fino al 30/1/2011. Madrid, Prado, dal 28/2 al 29/5/11 (catalogo Ferrara arte).

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