I cattolici indiani pregano e protestano per l’arresto di un gesuita

In India la comunità cristiana e quella cattolica, in particolare, sono in apprensione per le sorti di padre Stan Swami, un anziano gesuita che da decenni è impegnato nella battaglia per la difesa dei diritti degli adivasi, considerati gli abitanti originari del sub-continente indiano, che occupano vaste zone dell’India centrale.

Il gesuita, originario dello stato del Kerala, opera nel Jharkhand, che rappresenta il cuore della presenza adivasi (o tribale) di questa zona del paese asiatico. Si tratta di una vasta fetta del sub-continente che è stata evangelizzata dai gesuiti e, in particolare, da una figura mitica della missione dei seguaci di Ignazio e Francesco Saverio: padre Lievens. Questo gesuita belga trascorse quasi tutta la sua vita in India dando un contributo decisivo alla evangelizzazione della vasta zona nota come Chhota Nagpur, che comprende le aree tribali di quelli che sono attualmente gli stati del Bihar, Jharkhand e parti importanti del Madhya Pradesh e Bengala.

Già Lievens, considerato il fondatore della Chiesa cattolica in quella parte del Paese, aveva preso le parti e difeso i diritti delle popolazioni tribali da tempi immemorabili sfruttati in modo abietto da proprietari terrieri. Da qui era nato un vasto movimento verso il cristianesimo, che ha reso la zona una delle aree più promettenti per la missione e la testimonianza della Chiesa. Si tratta di una evangelizzazione nel cuore di una cultura profondamente diversa da quella delle religioni del Sanatana dharma (note come induismo). Oggi in questi stati la Chiesa è fiorente e lavora attraverso le molte diocesi nate nel corso dell’ultimo secolo per arrivare ad una vera promozione ed integrazione sociale degli adivasi.

Padre Stan Swarmy, 83 anni, è da sempre impegnato in questa testimonianza attiva da parte dei gesuiti a favore dei più poveri e delle popolazioni più sfruttate della zona del Jharkhand, uno degli stati più arretrati del sub-continente indiano. L’area geografica in questione, nel corso degli ultimi decenni, ha visto lo sviluppo del movimento dei Naxalites, di ispirazione marxista-maoista che ha ingaggiato una vera guerriglia con l’esercito indiano, arrivando a controllare vaste parti dell’India centrale. Questo non ha impedito ai gesuiti di continuare il loro lavoro di testimonianza e opzione per i più poveri, spesso a rischio della loro incolumità fisica, sia da parte dei guerriglieri sia dell’esercito indiano.

Il gesuita arrestato con i suoi 83 anni è, con tutta probabilità, una della persone più anziane ad essere accusate di terrorismo. Gli si imputa, infatti, di intrattenere rapporti con la guerriglia maoista locale. Negli ultimi tempi, in diverse occasioni, era stato interrogato dalle forze di sicurezza del governo, il Nia (National Investigation Agancy). Il centro sociale fondato dalla sua congregazione – Bagaicha – dove padre Stan lavora, ha spesso ricevuto la visita di agenti della sicurezza fino al momento in cui il sacerdote è stato arrestato per essere interrogato. Almeno così è stato dichiarato ufficialmente. Testimoni oculari dell’arresto hanno, comunque, rivelato che l’anziano sacerdote è stato trattato rudemente e senza troppi complimenti.

Stan è ora agli arresti da vari giorni, nonostante le proteste della Chiesa locale e varie manifestazioni popolari organizzate per ottenere la sua liberazione. A sostegno dell’anziano sacerdote è stata organizzata una marcia silenziosa al centro di Kolkata, la capitale dello stato del Bengala Occidentale, che raccoglie vaste fasce di popolazione tribale, adivasi, che sono sostenute da vari progetti di promozione sociale e di diritti umani da parte dei gesuiti. Alla manifestazione hanno preso parte sacerdoti e religiosi cristiani, ma anche persone di altre fedi.

Al termine della marcia, l’imam della moschea di Nakhoda Maulana Shafique Qasmi ha espresso solidarietà al sacerdote gesuita di 83 anni, dicendo che “se un fratello sta affrontando un’ingiustizia, gli altri fratelli non saranno spettatori silenziosi“. “Condanniamo questo arresto e facciamo appello a tutti affinché la gente alzi la voce per coloro che vengono oppressi. Se vogliamo che tutti siano buoni, dobbiamo trattare tutti con amore e simpatia”. “È un appello al governo affinché rilasci padre Stan Swamy”. Anche l’arcivescovo Thomas D’Souza ha protestato domenica 18 ottobre contro gli arresti di padre Stan che ha definito un “un campione dei diritti umani e della dignità dei poveri e dei tribali”.

Anche in altre parti dell’India i gesuiti si sono attivati in tutti i modi, compresi i social media per una sensibilizzazione a tappeto sulle sorti del loro anziano confratello. Lo hanno fatto con la preghiera e il digiuno anche in metropoli come Bangalore e Mumbai dove le loro istituzioni scolastiche e universitarie accolgono decine di migliaia di studenti di ogni classe sociale e religione. Molti cattolici in India stanno osservando i digiuni e conducendo preghiere e proteste anche nella capitale, New Delhi. Quanto sta accadendo in Jarkhand contribuisce a creare un clima di incertezza nella comunità cristiana che da tempo si sente minacciata in varie parti del Paese dalla politica sempre più discriminatoria nei confronti delle minoranze da parte del governo Modi.

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