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Persona e famiglia > Famiglia

Carbonara e Daiquiri: uno scambio alla pari

- Fonte: Nuova Umanità

L’Arcivescovado di Santiago de Cuba è un posto speciale. Non ci sono molti modi per descriverlo se non: “sembra uscito da un film”. È il classico palazzo coloniale che ci si aspetta da Cuba, vari livelli che si affacciano su un cortile interno pieno di piante rampicanti, o che pendono lunghe, dalle balaustre dei piani superiori. Alcune fontane fanno scrosciare dell’acqua che si intona perfettamente ai versi e ai rumori degli uccelli che si trovano in diverse gabbie. A completare la scena ci sono le facce delle persone che popolano la nunziatura, che sono tante e diverse, ma tutte con un sorriso stampato in volto. Sono le facce di Cuba, quella vera, quella che stenta a mangiare una volta al giorno ma che lotta, che è dignitosa.

 

È lì che incontro Monsignor Meurice, il sacerdote più grande che abbia mai visto in vita mia, un omone enorme, alto e forte, anziano, ma con una voce da far tremare i vetri delle finestre. Monsignor Meurice è un duro, si vede, è uno che ne ha passate di tutti i colori e che ne ha tante da raccontare. E’ il dicembre del 2006; ho avuto la fortuna di poter accompagnare mio padre in uno dei suoi viaggi ed ora mi trovo davanti all’Arcivescovo di Santiago.

Devo però fare un passo indietro prima di proseguire. Prima di arrivare a Santiago mi è stato raccontato un aneddoto riguardo a Mons. Meurice: secondo alcune voci il suo sarebbe il miglior Daiquiri di Santiago, imparato direttamente dal sommelier di casa Bacardi, quando quella famiglia era ancora la più ricca e potente della città, prima della rivoluzione. Il caso vuole che a tavola, durante la cena, iniziamo a parlare di alcuni ristoranti di Roma nei quali egli andava a mangiare durante i suoi studi universitari. Un paio casualmente li conosco anch’io e il tema culinario, che sembra stare particolarmente a cuore a quell’omone buono, prende piede. Da cosa nasce cosa, e salta fuori che sono un discreto preparatore di Spaghetti alla Carbonara. Il monsignore, illuminato in volto dalla notizia, mi chiede se posso insegnargli a cucinarne un vero piatto. A quel punto, mi si accende una lampadina, e la mia risposta è immediata: “Monsignore, io le insegno la Carbonara, ma lei mi deve insegnare a fare il Daiquiri!” il mio primo pensiero è stato quello di aver esagerato, di essermi preso una confidenza eccessiva, ma invece, con un gran sorriso, il monsignore mi da appuntamento per un paio di giorni dopo per l’ equo scambio tra “professionisti”.

Così non sapendo bene neanche come, mi ritrovo in una cucina vecchia di sessant’anni con un arcivescovo di settantaquattro, a spiegargli come vanno sbattute le uova col pepe macinato e il parmigiano e come lo spaghetto debba rimanere al dente. Ma il mio Daiquiri ancora non arriva. Ho pensato che se lo fosse dimenticato, e che sicuramente sarebbe stato maleducato ricordarglielo. L’ultimo giorno passato a Santiago, prima di andare all’aeroporto, ripassiamo a salutare Mons. Meurice, il quale ci accoglie seduto su una sedia a dondolo nella sua biblioteca, con i ventilatori a pale sul soffitto e le piante tropicali agli angoli della stanza. Ci fa accomodare e mi dice di sedere vicino a lui. A quel punto chiama con un urlo la sua perpetua – per lui, in realtà, una sorella -, una suorina grande un quarto dell’arcivescovo, che arriva con un carrello da vivande con sopra un frullatore americano datato tra il 1950 e il 1955 e tutti gli ingredienti per il mio Daiquiri. Da buono studente, tiro fuori anche un taccuino per prendere appunti, e l’Arcivescovo mi spiega tutti i passaggi di preparazione del cocktail, con anche qualche nota storica sulla sua origine. Un vero professionista. E che risultati! In quel bicchiere, tra il rum e i piccoli limoni, c’è tutta Cuba.

 

Esattamente come tutta Cuba era nel cuore di Mons. Meurice. Era dai suoi occhi profondi che si capiva l’amore di quell’uomo per la sua terra, la sua vita intera è stata spesa per lottare per il bene della sua gente, e chi lo circondava lo trattava come un padre, perché questo lui era veramente: un padre di famiglia. La notte passata a casa sua, il campanello ha iniziato a suonare verso le quattro e mezzo del mattino, con le prime persone che venivano a cercare cibo e medicine, e l’arcivescovo era già li, pronto per i suoi. Io sono solo il giovane che ha strappato un Daiquiri a Mons. Meurice in cambio di una Carbonara, ma anche in una cosa così semplice, non ho potuto fare a meno di toccare con mano la grandezza di quell’uomo.

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