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In profondità > Introduzione al Paradiso '49

Caratteristiche e sfide del linguaggio mistico

di Anna Maria Rossi

Suggerimenti per meglio comprendere, e vivere, le esperienze indicibili di Chiara Lubich e delle sue compagne nell’estate 1949. Per aprire il cuore dell’essere umano al cuore di Dio

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È esperienza di tutti usare linguaggi differenti a seconda dei contesti, delle situazioni, del pubblico, delle finalità che abbiamo. Un modo di esprimersi non è più vero dell’altro, un linguaggio non è più valido di un altro, sono diversi e come tali vanno letti con approcci e competenze appropriate diverse. Anche il linguaggio mistico, cioè quel linguaggio che i mistici usano per esprimere la loro esperienza di Dio, ha le sue caratteristiche, che vanno conosciute per comprenderlo pienamente.

Una parola che sfida il silenzio e che è dono d’amore

I mistici e le mistiche lamentano spesso che descrivere la loro esperienza con Dio è uno sforzo immane, perché sentono sempre le loro parole inadeguate. Preferirebbero restare in silenzio, eppure scrivono, e scrivono moltissimo. La possibilità di dire Dio è costantemente messa alla prova dalla scrittura mistica in una «lotta con la lingua». Perché, comunque, decidono di affrontare questa lotta?
La dimensione della parola come dono è la cifra interpretativa e la prima causa della scrittura mistica: se il silenzio è lo strumento privilegiato dell’essere umano per entrare in rapporto con Dio, l’esperienza di questo rapporto deve essere comunicata per sussistere nella sua propria essenza: dono d’amore. Su questa linea è anche Chiara Lubich, con espressioni che troviamo nel suo testo mistico Paradiso ’49, di recente pubblicazione: «Ricordo d’aver chiesto al Signore conferma prima di parlare alle mie compagne, che ne avevano diritto essendo la mia stessa Anima»1.

E ancora: «Le mie compagne ne avevano diritto. Infatti io sentivo che non potevo fare un passo se non comunicavo tutto e che queste esperienze, queste grazie, erano per loro, erano per l’Anima, non per me. Solo comunicandole potevo, il giorno dopo, andare alla Comunione e domandare a Gesù qualche altra cosa»2.

Una parola che chiede accoglienza

Il linguaggio mistico è comprensibile solo se collocato nel contesto di un’esperienza vitale di relazione con l’Altro. La tensione tipica di questo linguaggio sfida la parola ad esprimere esperienze indicibili. Il lettore ne risulta spesso disorientato, destabilizzato, per questo l’appello – del resto comune a mistiche e mistici che a volte così si rivolgono a chi legge i loro scritti – con la richiesta di “accordarsi” al tono e al colore dei testi. Da parte sua Chiara Lubich afferma: «Tutte queste carte che ho scritto valgono nulla se l’anima che le legge non ama, non è in Dio. Valgono se è Dio che le legge in lei»3.

La necessità di una forma di “empatia letteraria” è caratteristica del linguaggio mistico, così come – potremmo aggiungere – di quello poetico, che richiedono una speciale sintonia tra autore e lettore.
Il patto che lega chi scrive e chi legge deve avere la stessa sostanza: l’amore, altrimenti si rischia il fallimento della comunicazione. Da parte del lettore è necessaria un’accoglienza che non passa unicamente dalla mente ma anche dal cuore.

Un linguaggio che supera l’io

Esprimendosi attraverso una scrittura essenzialmente autobiografica, si potrebbe pensare che il discorso mistico sia particolarmente concentrato sul soggetto, cioè sull’io che compie e descrive l’esperienza. Ciò è in parte vero, ma, anche in questo caso, secondo modalità particolari. In gran parte dei racconti dei mistici e delle mistiche il soggetto infatti tende ad annullarsi, o meglio esiste in quanto “si riceve dall’Altro. D’altra parte questo vuoto in cui si esprime l’“io-nulla” è riempito dal pieno dell’“Altro-tutto”, che diventa così il vero e unico narrante. Assistiamo di conseguenza a un processo per cui il mistico o la mistica, identificandosi in Dio, parlano, per così dire, con la loro voce. E laddove si intenda per interlocutore Dio stesso, «avviene che per il mistico […] il suo io, nonché duplicarsi in locutore e destinatario tende al rovescio a unificarsi all’interlocutore e a parlare le sue parole […] È il colloquio in cui la dualità dei parlanti è abolita e ricondotta nella parola stessa»4.

Anche in Chiara Lubich l’io, o l’espressione del soggetto, si presenta sotto questa duplice veste: un io-nulla e un io-Dio, che poi esprime un’unica esperienza, comune alla mistica: un soggetto completamente aperto all’esperienza di Dio, tanto da identificarsi in Lui. Se l’assimilazione dell’anima a Dio è un processo comune nelle pagine di letteratura mistica, meno usuale, anche se non assente, è quello che segna l’apertura dell’io al noi, che caratterizza l’esperienza di Lubich. Ne è segnale l’uso che Chiara fa del nome collettivo “drappello”, o “Anima” per indicare un nuovo soggetto che compie l’esperienza del «viaggiare il Paradiso».

Scrive all’inizio di Paradiso ’49: «Nel fuoco della Trinità eravamo state, infatti, così fuse in uno che io chiamavo il nostro drappello “Anima”. Eravamo l’Anima»5. Ma poi più avanti assistiamo ad un passo ulteriore, dove il suo io si dilata fino a comprendere tutta l’umanità: «Io sento di vivere in me tutte le creature del mondo, tutta la Comunione dei santi. Realmente: perché il mio io è l’umanità con tutti gli uomini che furono sono e saranno»6.

Un linguaggio metaforico

La metafora è il segno dell’“altrove”, di un significato non statico ma in movimento, che non si fissa in una parola isolata ma ha necessità di trasferirsi in un’altra immagine simbolica. “Trasferimento” è appunto il significato etimologico di “metafora”. Le mistiche e i mistici attingono alla forza dinamica della metafora come a una delle poche vie che rendono pronunciabile la loro esperienza. Ecco quindi il ricorso all’immagine del sole, della luce, dell’acqua. Ma anche ad altre immagini più ardite, che a volte ci sembrano difficili da penetrare. Lasciano così il senso del mistero: «La prima impressione del lettore dei testi mistici è di stare entrando in un mondo estraneo. Le parole non hanno il senso atteso. Da qualsiasi universo culturale provenga, troverebbe che qualcosa riesce a capire e qualcosa no. Presto si renderà conto che può arrivare a capire senza capire. È la gloria e la miseria della metafora nelle mani dei mistici»7.

Molto significativo in questo orizzonte quanto afferma Chiara stessa: «In Paradiso le cose si capovolgono. Prima vedo le cose dall’Uno, poi mi si capovolgono perché le vedo nella distinzione. Prima affermo una cosa e poi la nego, come per far vedere due facce di una realtà. E in genere la prima è la faccia che fa più paura. Per avere una visione completa della realtà delle cose, bisogna quindi leggere il testo sino in fondo»8.

Il linguaggio mistico, ricco di metafore e di poesia, è uno strumento in mano ai mistici per “entrare” nella verità più profonda e per aprire il cuore dell’essere umano al cuore di Dio. In questo senso si può leggere quanto affermato da papa Francesco nella lettera sul “Ruolo della Letteratura nella formazione”: «Compito dei credenti (…) è proprio “toccare” il cuore dell’essere umano contemporaneo affinché si commuova e si apra dinanzi all’annuncio del Signore Gesù ed in questo loro impegno l’apporto che la letteratura e la poesia possono offrire è di ineguagliabile valore»9.

1 C. Lubich, Paradiso ’49, Città Nuova, Roma 2026, p 203.
2 Ibid., p. 203.
3 Ibid., p. 192.
4 G. Pozzi, L’alfabeto delle sante, in C. Leonardi – G. Pozzi (a cura di), Scrittrici mistiche italiana, Marietti 1820, Genova 2004, p.29.
5 C. Lubich, Paradiso ’49, Città Nuova, Roma 2026, p. 145.
6 Ibid., p. 274.
7 G. Castro Martinez, Simbolismo e linguaggio nella mistica cristiana, in AA VV, Sentieri illuminati dello spirito. Atti del congresso internazionale di mistica, OCD, Roma 2006, p. 48.
8 C. Lubich, Paradiso ’49, Città Nuova, Roma 2026, p. 195.
9 Cfr https://www.vatican.va/content/francesco/it/letters/2024/documents/20240717-lettera-ruolo-letteratura-formazione.html.

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