Bella ciao in versione irachena

«Libertà, rivoluzione e femminismo» gridano i manifestanti di piazza Tahrir, tra cui le donne sono numerosissime. Il voltafaccia di Muqtada al-Sadr ha irritato altamente i contestatori. C’è aria di “normalizzazione”

In Iraq la situazione continua purtroppo a rimanere molto instabile. L’incarico come prossimo premier a Mohammad Tawfiq Allawi, che dovrebbe sostituire il dimissionario al-Madhi entro l’inizio di marzo, non è piaciuto ai manifestanti di piazza Tahrir a Baghdad e nelle città del sud come Basra, Najaf, Kerbala, Nasiriyah, dove dal primo ottobre continua la protesta contro il governo e le ingerenze iraniane e statunitensi.

Allawi è stato in passato due volte ministro delle Comunicazioni con Nouri al-Maliki, uno dei premier più accentratori e discussi della storia recente dell’Iraq. Poco conta che entrambe le volte Allawi si sia dimesso in segno di protesta per le scelte politiche di al-Maliki. La sua attuale designazione a premier è sostenuta dalle due maggiori coalizioni sciite del parlamento iracheno, il Saairun di Muqtada al-Sadr e l’Alleanza Fatah di Hadi al-Hamiri, il gruppo a cui fanno capo la maggior parte delle milizie sciite. Anche per questo sostegno politico l’orientamento di Allawi è ritenuto dai manifestanti lo stesso del contestato premier al-Mahdi.

C’è naturalmente molto di più della “semplice” costituzione di un governo: c’è forse un problema di fondo che il sistema politico iracheno non vuole o non può affrontare, e c’è sicuramente il cambiamento di posizione di Muqtada al-Sadr, percepito dai manifestanti come un tradimento.

Il problema di fondo denunciato dai dissidenti si chiama, con un termine arabo molto iracheno, muhasasa. Si potrebbe tradurre liberamente con “spartizione confessionale del potere”, e non riguarda solo i seggi in Parlamento ma tutto, dalla direzione dei più importanti uffici pubblici fino all’assunzione dei netturbini, solo per fare un esempio. Per analogia, la muhasasa è la versione irachena del cosiddetto manuale Cencelli in vigore in Italia negli anni ruggenti della prima Repubblica. Un atteggiamento politico che prescinde dal merito e dalle capacità delle persone nei compiti loro attribuiti, ma bada prima di tutto all’occupazione di posizioni. Con intuibili ricadute di inefficienza e corruzione a tutti i livelli.

Poi c’è il tradimento che i manifestanti hanno percepito nell’atteggiamento di Muqtada al-Sadr. Dopo aver appoggiato in ottobre i manifestanti di piazza Tahrir a Baghdad, il capo del Saairun, la coalizione di maggioranza relativa in Parlamento, non solo sostiene il premier designato Allawi, ma ha invitato i manifestanti a tornare a casa, consigliando «alle forze di sicurezza di fermare chiunque chiuda le strade e al ministro dell’educazione di punire chi sciopera nelle scuole, siano studenti o insegnanti».

Avrebbe anche messo a disposizione della polizia la milizia sadrista, i “berretti blu”, che hanno attaccato e disperso molti presidi, picchiato manifestanti e, a Najaf e Hilla, hanno sparato e ferito chi protestava. Infine, il 9 febbraio al-Sadr ha “emanato” una sorta di codice di comportamento dei manifestanti, in 18 punti, uno dei quali riguarda la segregazione di genere: uomini e donne non stiano in piazza insieme o l’Iraq «sarà trasformata in Chicago». Qualche giorno dopo ha rincarato la dose accusando i manifestanti di «nudità, promiscuità, ubriachezza e immoralità». Con buona pace di al-Sadr, è probabile che l’Iraq di oggi sia anche peggio di “Chicago”: Amnesty International e altre agenzie per i diritti umani riferiscono di oltre 600 morti, 72 scomparsi e 20 mila feriti tra i manifestanti a causa della repressione della sicurezza e le violenze delle milizie sciite.

La risposta non si è fatta attendere, anche perché sono migliaia le donne irachene che partecipano alle manifestazioni di protesta anche con ruoli di primo piano, sia a Baghdad che nelle città del sud. Nei presidi permanenti molte sono anche le donne che organizzano dibattiti e laboratori artistici, che cucinano, raccolgono fondi, coperte e cibo, che lavano gli abiti, distribuiscono farmaci e curano i feriti. Nell’area presidiata di Baghdad (intorno a piazza Tahrir) i manifestanti hanno allestito 80 unità di soccorso, con medici, infermieri, farmacisti e perfino dentisti: uomini e donne.

Così il 14 febbraio migliaia di manifestanti, donne e uomini insieme, sono scesi in strada a Baghdad marciando verso piazza Tahrir e gridando «libertà, rivoluzione e femminismo». Anche a Baghdad come a Beirut, i manifestanti cantano Bella ciao in versione irachena. Ma le affermazioni di al-Sadr restano molto pericolose perché oltre ai miliziani, i sadristi e gli altri gruppi sciiti hanno nel Paese un seguito di milioni di persone che sono in grado di mobilitare, come hanno dimostrato alla fine di gennaio scorso con la “marcia del milione” contro la presenza statunitense.

 

 

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