Becchetti, una politica di ecologia integrale

Dalla questione della siderurgia nazionale alle proposte per una transizione ecologica giusta emerse dalla Settimana sociale dei cattolici italiani. A colloquio con l’economista Leonardo Becchetti
Ecologia integrale AP Photo/Michael Probst, File

Ecologia integrale e politica. Quella vera. La Settimana sociale dei cattolici italiani si è svolta a Taranto quale città simbolo del conflitto illogico tra lavoro e ambiente. Il programma preparato, con un lavoro di 2 anni, dalla commissione scientifica ha affrontato questioni di carattere generale, ma è iniziato con uno sguardo sulla realtà del territorio esposto da decenni ad un inquinamento così diffuso da provocare gravi danni alla salute sulla popolazione. «Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un solo bambino», ha detto la rappresentate dell’Ordine dei medici di Taranto Annamaria Moschetti, mentre il direttore di Federmeccanica ha confermato la tesi di Federacciai di Confindustria sulla centralità di questo settore per la nostra economia.

Taranto Foto LaPresse

Ne discende che non è in discussione la permanenza dell’ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, nella città di Taranto. Una parte della società civile organizzata, quale ad esempio l’associazione Giustizia per Taranto, pretende di poter partecipare al futuro del territorio che abita. Ha elaborato un piano dettagliato sul futuro della città basato su un vasto programma di bonifiche e, più in generale, crede che sia necessario poter discutere apertamente del piano siderurgico nazionale atteso da tempo.

Si tratta di definire quantità, qualità e modalità di produzione dell’acciaio possibile a livello nazionale. Una questione che interessa il percorso avviato a Taranto dai cattolici italiani nell’attenzione al bene comune e quindi alla conversione ecologica.

Ne abbiamo parlato con il professor Leonardo Becchetti, economista da sempre impegnato nel campo del commercio equo, finanza etica, consumo responsabile. Per la sua esperienza è stato chaiamato anche a far parte della Commissione interministeriale dedicata allo studio e all’elaborazione di proposte per la transizione ecologica e per la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi.

La Settimana sociale è stata improntata fortemente dalle iniziative che Becchetti promuove senza sosta sul territorio nazionale, dalla rete nazionale Next, Nuova economia per tutti, al festival nazionale dell’economia civile di Firenze. Sono in tanti, ormai, a conoscere e declinare in modi diversi il concetto del “voto con il portafoglio” come leva per agire un cambiamento nella società. Ma cosa fare davanti a questioni strutturali come le politiche industriali dell’acciaio che incidono sulla vita di tutti?

Becchetti, è possibile promuovere forme di partecipazione democratica a proposito della definizione del piano siderurgico nazionale?
I meccanismi partecipati sono l’ideale in campo economico e politico, ma non credo che le istituzioni saranno mai disposte ad adottare tale metodo con l’acciaio che è un settore strategico nazionale. Il criterio prevalente resta quello top down cioè con decisioni prese dall’alto in maniera ritenuta sostenibile per la popolazione interessata. Esiste comunque una forte spinta a livello di Ue a favore di un diverso modo di produrre acciaio in senso ambientale, con il maggior utilizzo ad esempio dei forni elettrici. Il siderurgico rientra tra i settori industriali hard to abate per i quali sono previsti forti investimenti destinati a favorire il processo di decarbonizzazione per poter raggiungere gli obiettivi fissati dall’Unione europea al 2030 e 2050. La linea è tracciata, ma dovremo affrontarne le conseguenze sul piano dell’occupazione.

In che senso?
Andremo incontro a un tipo di produzione che richiede meno manodopera e per questo dovremo affrontare il problema sociale della gestione degli esuberi che non si vuole mettere sul tavolo.

Non esiste una grande necessità di attività di bonifica ambientale in grado di generare una forte occupazione qualificata?
Sarebbe la soluzione migliore, ma bisogna essere consapevoli che occorrono soldi da investire in questo senso.

Ma non sono previste apposta le risorse del Just transition fund per Taranto e il Sulcis?
Esatto. Il percorso virtuoso della produzione “green” con l’assorbimento della manodopera nelle attività di bonifica è possibile e va solo messo in atto.

Volendo ragionare in generale in maniera propositiva sulle scelte strutturali e non marginali di politica economica, quali sono i settori dove è importante investire per intercettare la sfida della transizione ecologica?
Innanzitutto dobbiamo dare il nostro contributo concreto dal basso come abbiamo proposto di fare alle comunità ecclesiali invitandole a diventare anche comunità energetiche in grado di generare complessivamente più di 5 megawatt di autoproduzione da fonti rinnovabili. Ai ministri che sono venuti a Taranto abbiamo consegnato 11 proposte di policy che spaziano dalla fiscalità ambientale che riduce l’emissione di Co2, agli appalti verdi e all’edilizia sostenibile fino al contrasto della “corsa al ribasso” del costo del lavoro. Sono scelte non masochistiche ma convenienti per tutti. La scelta dell’autoproduzione da fonti rinnovabili ha portato, ad esempio, un gruppo di comuni della Valsabbia nel bresciano a risparmiare oltre un milione di euro.  La politica industriale attuale è fondata sulla promozione e gli incentivi alle imprese piuttosto che sull’iniziativa diretta dello Stato. Le proposte ci sono. Resta da metterle in pratica davvero.

 

 

 

 

 

 

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