Azzurro lucertola

La “Podarcis sicula coerulea” vive solitaria unicamente sui Faraglioni di Capri ed ha il colore del mare e del cielo.

 

Chi non conosce, per averli visti in immagine o dal vero, i Faraglioni simbolo di Capri? Sia che li si ammiri dall’alto, dall’Eremo di Cetrella o da Monte Solaro, o da più vicino, dalla spiaggia di Marina Piccola o dal belvedere di Punta Tragara, questi guardiani rocciosi emergenti dal mare a poca distanza dal fianco sud occidentale dell’isola, emanano un fascino straordinario.

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Apparentemente inaccessibili come le più impervie vette dolomitiche, ma da sempre frequentati dai capresi allo scopo di catturare uccelli o raccogliere piante e dal secolo scorso meta di rocciatori napoletani per allenarsi alle scalate alpine, sono il Faraglione di Terra o Saetta, il più alto dei tre con i suoi 111 metri, l’unico ancora unito alla terraferma; il Faraglione di Mezzo o Stella (81 metri), attraversato da una galleria naturale a fior d’acqua; e il Faraglione di Fuori o Scopolo (105 metri), dal quale si gode un panorama spettacolare che spazia dalla Punta di Mulo alla Punta Massullo, fino alla punta estrema della penisola sorrentina.

Meno evidente, perché in posizione arretrata e molto più basso, è un quarto scoglio: il Monacone, l’unico dei tre ad essere stato abitato, come testimoniano i resti di mura di epoca romana. Prende nome dalla foca monaca che ha popolato le sue acque fino al 1904, anno in cui venne ucciso l’ultimo esemplare.

Per i capresi i Faraglioni corrispondono ai massi che, secondo il racconto dell’Odissea, vennero scagliati da Polifemo accecato da Ulisse sulla nave dell’eroe. Ma come la mettiamo col fatto che anche i Faraglioni di Aci Trezza, il piccolo borgo marinaro immortalato da Verga nei Malavoglia, sarebbero legati alla furia del ciclope?

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Lasciati da parte i miti, ci soffermiamo sui Faraglioni di Mezzo e di Fuori, habitat esclusivo della rara e famosa lucertola azzurra. Scientificamente nota col nome di Podarcis sicula caerulea, è una delle cinquanta e più sottospecie della lucertola campestre che vive invece sulla terraferma; così chiamata perché presenta una bellissima colorazione blu oltremare sulla gola, sul ventre, sui fianchi e sul sottocoda, mentre il dorso ha una pigmentazione azzurra che tende al nero. Elegante e vivace, ha lingua piatta bifida, occhi muniti di palpebre mobili e pupille rotonde.

Primo a segnalare questa meraviglia della natura fu Ignazio Cerio, medico naturalista di origini abruzzesi vissuto e morto a Capri, che rese nota la sua scoperta nel 1870. Nel museo a lui intitolato presso la celebre Piazzetta, nella sezione dedicata alla zoologia e alla paleontologia, si trova esposto in una teca un esemplare di essa. Il primo però a descriverla in una pubblicazione fu lo zoologo svizzero Theodor Eimer, due anni dopo.

A cosa si deve questa particolare colorazione? Quando in epoche remote i Faraglioni si distaccarono dalla costa dell’isola, le lucertole che colonizzavano i due più esterni indossarono, per il fenomeno del mimetismo, l’azzurro del cielo e del mare. Fra l’altro è accertato che con tali livree scure, assorbendo più calore solare, diventano più veloci nella caccia agli insetti e resistenti alle intemperie: ciò che è di vitale importanza in un habitat ostile come il loro, dove vegetazione e cibo scarseggiano.

Contrariamente alla scomparsa cugina dell’Arcipelago ponziano – la lucertola dell’isola di Santo Stefano, estintasi tra il 1900 e il 1910 – la lucertola azzurra dei Faraglioni non corre questo pericolo a causa del suo splendido isolamento. Pochi hanno la fortuna di ammirarla e di fotografarla affrontando l’ardua scalata, e sono soprattutto turisti stranieri e studiosi per le loro ricerche. È comunque un animale da tutelare, in quanto c’è anche chi va in cerca di qualche suo esemplare per soddisfare le richieste di zoologi senza scrupoli.

 

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