Avrete la luce della vita

Cosa ci sarà dopo la morte? L’umanità ha sempre avuto paura delle tenebre che avvolgono il mondo dell’aldilà, dove non ci sarà più la luce del sole
Frank Rumpenhorst/picture-alliance/dpa/AP Images

“Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8, 12). Un’altra delle grandi promesse di Gesù.

Cosa ci sarà dopo la morte? L’umanità ha sempre avuto paura delle tenebre che avvolgono il mondo dell’aldilà, dove non ci sarà più la luce del sole. La più dura delle condanne per i peccatori che non si ravvedono è: “gettatelo fuori nelle tenebre: là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 22, 13).

Tra le opposizioni dualistiche con cui le culture e le religioni hanno percepito e rappresentato il mondo, quella tra luce e tenebre è una delle più taglienti e diffuse. Alla costellazione di immagini legate alla luce (giorno, calore, spirito, bene, divino) si oppongono quelle legate alle tenebre (notte, freddo, materia, male, demoniaco).

Molte cosmologie iniziano il racconto della creazione con l’apparizione della luce o del sole, che emerge dalle tenebre primordiali, e descrivono la fine del mondo come il crepuscolo degli dèi e il ritorno delle tenebre.

La luce simboleggia la vita, la felicità, la perfezione. Platone associa l’idea del Bene, che illumina l’anima, a quella di Helios, il sole, luce fisica del mondo. È l’attributo di molte divinità, fino a designare Dio stesso: Ammon-Ra è il Sole che rischiara l’Egitto.

I riti misterici di iniziazione avevano la funzione di mediare la salvezza che veniva dalla divinità del sole, che conduceva l’iniziato dalle tenebre alla luce, simbolo di immortalità. L’illuminazione è il momento fondamentale di ogni camino mistico, necessario per abbandonare il mondo delle tenebre e immergersi in quello della luce.

L’ha conosciuta Gautama Siddharta, ed è diventato il Buddha, l’Illuminato. La sua città sacra di Benares, nell’India settentrionale, è chiamata anche Kāśi, “città della luce”.

Il Dio d’Israele, nel suo amore di condiscendenza, “si fa uno” con noi e con i nostri archetipi.  Rivela il suo volto usando i nostri simboli, il nostro linguaggio.

Ed ecco che anche lui si ammanta di luce. La luce inizia e chiude la Bibbia. Il racconto della creazione si apre con: «Sia la luce! E la luce fu», a cui segue la creazione del sole e degli altri corpi celesti che, a differenza di quanto credevano le religioni da cui Israele era circondato, non sono dio, ma sono semplici creature di un Dio che le trascende infinitamente: soltanto «il Signore sarà per te luce eterna», afferma Isaia (60, 19). E la Bibbia si chiude, nella descrizione dell’Apocalisse, con la nuova creazione, che avrà Dio stesso come luce, sole che non conoscerà tramonto (22, 5).

La luce diventa così simbolo della presenza di Dio e della salvezza: «Il suo splendore è simile al giorno, raggi escono dalle sue mani» (Abacuc 3, 4). I Salmi cantano: «Il Signore è mia luce e mia salvezza» (27, 1); «Alla tua luce vediamo la luce» (36, 10); mentre Isaia esorta il popolo: «Camminiamo nella luce del Signore» (2, 5). Anche per il Nuovo Testamento Dio «dimora in una luce inaccessibile» (1 Timoteo 6, 16); non soltanto è «il Padre degli astri» (Giacomo 1, 5), ma è lui stesso «Luce, ed in lui non ci sono tenebre», come scrive esplicitamente Giovanni nella sua prima lettera (1, 5).

Gesù stesso si presenta come luce: «Io sono la luce del mondo». Era andato a Gerusalemme per il pellegrinaggio in occasione di Sukot, la festa delle capanne, che ricordava gli anni trascorsi dal popolo di Dio nel deserto, in cammino verso la terra promessa. Era la fine del mese di settembre, le giornate si accorciavano e forse stava già scendendo la sera. Fu allora che si proclamò “luce del mondo”. Stava per arrivare la notte, ma era sorta una nuova luce, che avrebbe illuminato tutte le genti.

Rivolgendosi ai discepoli promise che chi l’avesse seguito non avrebbe più camminato nelle tenebre, ma avrebbe avuto «la luce della vita» (8, 12). È promessa divina: seguire Gesù porta alla luce, con tutta la realtà racchiusa nella simbolica di questa parola, sintetizzata nel complemento di specificazione: “della vita”.

La promessa di Gesù si adempirà compiutamente dopo la morte, quando ci introdurrà nella vita che non avrà più fine, una vita eterna che vivremo in pienezza, perché la stessa vita di Dio.

Eppure già da ora possiamo averne un anticipo. Essa illuminò agli apostoli sul Tabor. Gesù apparve in tutto il suo splendore anche a Paolo sulla via di Damasco: «all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo» (cf Atti 9, 3). Interpretando questa sua esperienza la lettera agli Efesini scrive: «E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (4, 6).

Brilla fino al punto da trasformarci in luce e illuminare a nostra volta: «dovete splendere come astri nel mondo» (Fil 2,15). La promessa ci fa altri Gesù e in lui anche noi “luce del mondo”, luce per l’umanità intera.

Naturalmente occorre seguirlo: “Chi segue me…”. Seguire Gesù. Ma Gesù va a morire a Gerusalemme… Seguirlo è un atto coraggioso. Perché avessimo la luce Gesù ha sperimentato il buio. Quando fu crocifisso si fece tenebra su tutta la terra, quasi che la natura condividesse quanto egli stava vivendo.

Per dare la luce “della vita” ha accettato la morte. Egli, ancora una volta, promette perché si è compromesso per noi. Adesso chiede di fare altrettanto con lui. Ne vale la pena, la sua è una promessa certa: la resurrezione, la luce della vita.

 

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