Assegno unico per i figli, una partita aperta

La reale incidenza dell’Assegno unico e universale per i figli dipenderà dai decreti attuativi del governo Draghi alle prese con la pandemia e la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza
Assegno unico e politiche familiari, nella foto LaPresse manifestazione lavoratrici asili nidio

Con un voto unanime, solo 4 gli astenuti, il Senato ha approvato, in maniera definitiva, la legge delega sull’Assegno unico e universale per i figli. Ma le partite si vincono con il fischio finale dell’arbitro, come ha detto saggiamente Gigi De Palo, presidente del Forum famiglie, grande promotore di un provvedimento che rappresenta il primo passo verso una migliore politica familiare del nostro Paese.

D’altra parte, ci vuole poco per scalare gli ultimi posti in classifica che l’Italia ricopre in materia, se, come conferma la relazione dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, «la spesa di protezione sociale per la funzione famiglia/figli in Italia è inferiore a quella di tutti i Paesi dell’Unione europea».

L’impatto reale della riforma dipende dai decreti delegati che il governo deve produrre in tempi brevi per far partire l’assegno unico dal primo luglio 2021 come promesso da Mario Draghi. Si tratta di un’operazione complicata perché occorre riordinare non solo tutti i trasferimenti monetari già previsti per le famiglie con figli a carico, ma anche il meccanismo delle detrazioni fiscali. Siamo davanti, perciò, al primo tassello di quella riforma del fisco che il presidente del Consiglio ha posto tra gli obiettivi principali del suo governo.

Complessivamente, dei 20 miliardi di euro annunciati e previsti in bilancio per l’assegno unico, ben 14 miliardi arriveranno da questo riordino delle spese già in vigore. L’investimento reale previsto è quindi di “soli” 6 miliardi di euro. Troppo pochi secondo il gruppo di lavoro promosso da Arel, Fondazione Gorrieri e Alleanza per i bambini, per arrivare ai 250 euro per figlio annunciato da Draghi.

Nella sua versione originaria, l’assegno universale è una misura che va riconosciuta a tutti coloro che hanno figli a carico, senza condizioni. Ricchi e poveri, per il solo fatto di mettere al mondo un figlio. Così come si riconoscono i bonus ecologici per la finalità positiva che perseguono.

La versione approvata limita l’erogazione in base al reddito familiare previsto dall’Isee. È l’impostazione adottata dal disegno di legge proposto da Stefano Lepri, Della Zuanna e altri senatori nel 2014 e poi ripresa nel 2018 alla Camera dallo stesso Lepri con Delrio e altri deputati nonché da Nannicini al Senato.

Una proposta che ha permesso di superare le storiche obiezioni di parte della politica, prevalentemente di centro sinistra, verso altre misure avanzate da tempo come il quoziente familiare e il fattore famiglia.

Rientra nelle polemiche interne alla vecchia e nuova maggioranza governativa, la tendenza della ministra della Famiglia, Elena Bonetti, in quota IV, a presentare l’assegno unico come un successo del suo progetto complessivo di Family act. A tal fine Lepri fa presente, invece, che la misura dell’assegno unico fu accantonato dal governo Renzi a favore del bonus 80 euro (10 miliardi di euro  all’anno) riconosciuto per i redditi annuali da 8 mila a 26.600 euro, senza tener conto dei carichi familiari.

Ma ora è il tempo dell’unità e di un lavoro da portare a compimento in maniera decisa con un consenso che va da Fratelli d’Italia a Leu. Davanti c’è il permanere della pandemia sanitaria e la realtà di una bomba sociale incontrollabile che emerge da tanti elementi.  Ad esempio, un rapporto di Save the children parla di 160 mila bambini che, con la chiusura delle scuole per il Covid, sono rimasti senza un pasto completo al giorno.

Lo stesso Forum delle famiglie ha attivato un’antica forma di solidarietà mutualistica lanciando l’operazione di un euro a famiglia per un fondo in grado di sopperire alla necessità di tante famiglie che non hanno altre risorse per affrontare le necessità elementari della vita.

L’assegno unico è universale nel senso che non riguarda solo i lavoratori dipendenti e assimilati e si estende anche agli incapienti, cioè a coloro che possiedono redditi così bassi che non hanno un irpef da scontare con le detrazioni (un vero e proprio scandalo tollerato finora).

Secondo le simulazioni riportate da Arel e altri, l’assegno riguarderà quasi metà della popolazione italiana (28,1 milioni di persone distribuite per 7,63 milioni di famiglie).

La misura si applica per i figli dal settimo mese di gravidanza ai 18 anni di età, o 21 in caso di studenti, tirocinanti e similari. Una maggiorazione è prevista in caso di disabilità.

L’applicazione dell’Isee (indicatore della situazione economica equivalente) comporterà, a seconda dei redditi familiari, importi ridotti dei 250 euro a figlio annunciati. Ad ogni modo, grazie ad una clausola di salvaguardia, non ci sarà qualcuno che prenderà meno di quanto percepisce oggi, tra assegni familiari, altre indennità detrazioni fiscali. Ma il vero problema è proprio il meccanismo di calcolo dell’Isee che è stato più volte contestato dalle associazioni familiari perché non tiene conto del costo effettivo di un figlio in un bilancio familiare. Insomma, se si vuole mettere mano ad una riforma epocale in questo campo, occorre revisionare il calcolo dell’Isee.

Bisogna, inoltre, considerare il contesto sociale in cui si pone l’arrivo dell’assegno unico universale e cioè dal primo luglio, giorno in cui, secondo le previsioni attuali verrà meno il divieto per una parte dei licenziamenti previsti per crisi aziendali. Senza adeguati interventi di politica economica e investimenti pubblici necessari per promuovere il lavoro, molte famiglie si troveranno esposte al baratro della disoccupazione e della precarietà. Tutte le importanti normative annunciate sugli asili nido o quelle per conciliare i tempi della famiglia, soprattutto delle donne, con quelli del lavoro si rivelano inutilizzabili se a mancare è proprio il lavoro.

Il declino demografico che attanaglia l’Italia si spiega in tanti modi diversi, ma una parte preponderante sembra essere proprio la mancanza di una prospettiva di futuro e di stabilità. Le condizioni di base per pensare di accogliere un figlio. Come afferma Alessandro Rosina, il problema reale in Italia è la mancanza di una strategia di risposta alla capitolazione demografica. Tanto è vero che lo studioso della Cattolica di Milano cita il noto modello di elaborazione del lutto (di Elisabeth Kübler-Ross) in base al quale, dopo la fase della negazione del problema si passa a quella della rabbia per poi arrivare all’euforia di una soluzione possibile e, infine, arrivare alla depressione.

Quindi, senza esaltazione salvifica per una misura che va gestita bene e rimedia a un’inerzia colpevole dei governi italiani, si tratta ora di avviare una vera e propria politica familiare in grado di incidere sulle scelte strutturali dell’economia di un Paese che possiede le risorse civili per costruire un futuro migliore per tutti.

In questo senso, come Città Nuova abbiamo promosso una serie di approfondimenti sul cantiere possibile delle politiche familiari declinate nel senso della giustizia sociale. Un buon inizio è rappresentato dalla convergenza delle forze politiche nell’adozione dell’assegno unico e universale come abbiamo messo in evidenza ascoltando le posizioni di alcuni deputati: dallo stesso Lepri del Pd alla pentastellata Rosa Menga fino a Maria Teresa Bellucci di Fratelli D’Italia.

Ma è proprio in questi mesi, anzi giorni, che si decide l’applicazione dell’assegno unico e universale assieme alla definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. È trattando concretamente sulla destinazione delle risorse che si incide sulla realtà delle cose.

La politica è fatta di scelte destinate a pesare sul presente e sull’auspicabile futuro delle persone edella scieà. C’è molto da giocare prima dei tre fischi che annunciano il finale della partita.

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