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In Asia non ci sono solo missili

Mentre in Medio Oriente volano i Tomahawk e la retorica abbonda sui media, in altre regioni asiatiche la pace avanza a piccoli passi. Resta la situazione di emergenza per i rohingya, con 700mila persone accampate tra Myanmar e Bangladesh. Spianate con le ruspe le loro case nei villaggi di provenienza.

Passo in libreria e ti trovo una novità: La vita è una guerra ripetuta ogni giorno, libro postumo della Fallaci. Parla anche di Saigon, nella guerra di 40 anni fa, guerra maledetta come tutte. Avverto in particolare l’inutilità della guerra tra Vietnam e Usa, che ha lasciato solo morte, dolore e distruzione. Si combatteva per il comunismo? Saigon oggi, come tutto il il Vietnam, il Laos e la Cambogia sono in mano al capitalismo più sfrenato e sregolato del pianeta. Capitalismo che fu combattuto come un nemico infernale dai governanti di allora, lasciando sul terreno alcuni milioni di morti. In 14 anni di guerra in Vietnam furono spesi, al valore attuale del dollaro, poco più di mille miliardi di dollari con 3 milioni di morti civili, senza contare i danni materiali.

Oggi, nel 2018, non ci sono più le grandi ideologie politiche da sbandierare come “giusti motivi” per invadere un Paese: ci sono i grandi business da preservare, come i depositi di gas liquido e petrolio di una nazione, oppure ci sono le nuove rotte marittime da difendere. E i bilanci di tante aziende belliche, con migliaia di lavoratori, debbono finire in pareggio. Soldi, denaro, potere: ecco i veri demoni delle guerre, oggi come allora.

Mentre i missili volavano sulla Siria, Pechino organizzava le più grandi esercitazioni militari nel Mar Meridionale della Cina mai realizzate, proprio là dove erano appena passate le navi da guerra Usa dirette nel Golfo. Un avvertimento, preciso e puntuale: «Quella è terra nostra». Si sa, gli Usa vogliono contenere la Cina e difendere il diritto di navigazione internazionale (che la Cina non ha mai negato) in quella parte del mondo, dove passa il 35% di tutto il traffico marittimo del mondo, ma che per valore commerciale ne rappresenta circa il 55%.

Poco lontano le Filippine e la Cina iniziano a esplorare insieme il sottosuolo marino, in cerca di petrolio. Un poco più lontano, la Cambogia si prepara alle elezioni di luglio, senza un partito di opposizione, completamente annientato. Hun Sen, il padre padrone e profeta della Cambogia, da 38 anni al potere, non accenna a mollar la presa del potere. In Cambogia la vita di un politico vale poco, troppo poco.

Sono poi da poco passato dalla Thailandia: lì il potere è sempre di più in mano ai militari, che non annunciano le elezioni politiche, ormai attese dal 2014, anno del golpe militare. Si dovrà ancora attendere e chissà a quale prezzo si otterranno, se mai avverranno, tali elezioni. La gente soffre e aspetta, anche se monta un malcontento generale, ogni giorno che passa.

L’odissea dei Rohingya
L’odissea dei Rohingya

Ed in Myanmar? Nello Stato del Rakhine, dove sorgevano i villaggi dei rohingya, uccisi o fuggiti durante l’ultima offensiva delle truppe governative e di miliziani buddhisti, i bulldozer hanno spianato tutto, eliminando ogni possibile prova di genocidio e di fosse comuni, asfaltando per giunta il terreno.

Nessuno li vuole i rohingya. Stanno ormai arrivando i monsoni e i 700 mila rifugiati sotto le tende in Bangladesh, al confine col Myanmar, sono un’emergenza umanitaria epocale. Ma almeno sono vivi e al sicuro. Aung Sang Suu Kyi, la premio Nobel per la Pace, sta difendendo la pace nazionale, nonostante tutte le critiche internazionali. La sua popolarità in patria è nettamente in crescita. Ora, col nuovo presidente del Myanmar appena eletto, U Win Mint, si spera in un nuovo capitolo per la democrazia di questo paese.

Andando più a Nord, a Taiwan, si parla di nuovo di armamenti: il governo di Taipei vuole costruire il suo primo sottomarino, indispettendo la Cina che, che per nessuna ragione al mondo, vuole un’isola di Taiwan bellicosa e pronta ad attaccare la madre patria.

In Corea del Nord, Kim Jong Un,  che fino a poco tempo fa lanciava missili, è appena stato in Cina e sembra che il ministro degli esteri Russo, Sergej Viktorovic Lavrov si stia per recare a Pyongyang per parlare di pace e di denuclearizzazione della penisola coreana. Russia e Cina non vogliono una Corea nuclearizzata, ma nemmeno una guerra alla Corea del Nord. Si prepara infine un vertice estremamente importante tra Usa e Corea del Nord, per maggio e stavolta, speriamo, sia di pace. Cina e Russia non stanno a guardare.

Non solo missili, allora. Nel magmatico mondo asiatico c’è anche qualche speranza. Forse la vita, a differenza di quanto scrive Oriana Fallaci, non è solo «una guerra ripetuta ogni giorno».

 

 

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