Arturo Márquez, orgoglio messicano

Fecondità dell’incontro tra culture diverse in campo musicale. Il caso del compositore Arturo Márquez, autore dell’ormai famoso “Danzón n. 2”

Álamos è una armoniosa e tranquilla cittadina dello Stato di Sonora (Messico settentrionale), le cui origini risalgono al XVIII secolo, quando gesuiti spagnoli costruirono una prima chiesa nel sito dell’attuale cattedrale in Plaza de Armas. Dopo la scoperta, nel 1683, di ricchissimi giacimenti d’argento e d’oro, prosperò come centro minerario e religioso.

Molte missioni fondate nella Sonora settentrionale, nell’Arizona meridionale e anche più lontano furono finanziate appunto con l’argento proveniente dalle sue miniere. Oggi Álamos è meta turistica non solo per le attrattive di epoca coloniale spagnola del suo centro storico, patrimonio Unesco – chiese e dimore dai caratteristici cortili aperti su lussureggianti giardini –, ma anche per i suoi dintorni di straordinaria bellezza, che comprendono foreste tropicali, paesaggi desertici, vulcanici e montuosi.

In questacittà dei pioppi” (tale è il significato di àlamos) nasceva nel 1950 uno dei più importanti compositori di musica orchestrale della sua generazione: Arturo Márquez. Appartenente ad un popolo che ha la musica nel sangue e considera alla stregua di eroi nazionali i suoi più validi compositori, con un padre violinista in una band mariachi e un nonno paterno cantante folk, fin dall’infanzia il piccolo Arturo era stato influenzato dai vari stili musicali nativi della sua terra, base su cui avrebbe successivamente elaborato il suo personale, che tali stili fonde con le tecniche di composizione classica occidentale. Già a sedici anni, prima ancora di intraprendere gli studi musicali, aveva iniziato a comporre. Da allora questo prolifico compositore, popolarissimo nel suo Paese e presso il pubblico latinoamericano, ha collezionato una cinquantina di opere tra concerti per orchestra sinfonica, cantate e musiche da camera e da balletto.

Fra le tante, ho personalmente apprezzato lOcteto Malandra per grande orchestra, con vertiginosi assoli di tromba, e i due poemi sinfonici Leyenda de Miliano e Alas: il primo dedicato al guerrigliero messicano Emiliano Zapata, e il secondo a Malala Yousafzai, la giovane pakistana Premio Nobel per la Pace 2014 per la sua azione a favore della scolarizzazione femminile nel suo Paese.

E a proposito di giovani: nel 2013 Arturo Márquez ha creato nella città di Tepoztlán (Stato di Morelos) una orchestra sinfonica per bambini e ragazzi. Un progetto portato avanti tra mille ostacoli, credendo fortemente nella capacità della musica di formare l’uomo ai valori sociali.

Ma la sua fama mondiale è dovuta soprattutto ai Danzones, brani orchestrali basati su una forma di danza molto popolare nelle sale da ballo della regione di Veracruz. È interessante conoscerne l’origine, in quanto sono una ulteriore conferma che l’incontro tra culture diverse è sempre fecondo, specie in campo musicale. Si parte dalla Contraddanza europea, presente con più o meno varianti presso quasi tutte le popolazioni del Vecchio Continente lungo l’arco di molti secoli. Importato nel XIX secolo dai francesi nell’isola di Cuba, questo ballo popolare con figure si contamina con le sonorità e i ritmi degli schiavi africani impiegati nella piantagioni dei ricchi proprietari terrieri, dando origine al Danzón. Che esportato in Messico, a Veracruz, e arricchito da influenze jazz, conosce la sua età dell’oro negli anni Quaranta del secolo scorso.

A questo punto subisce un’ulteriore trasformazione ad opera di Márquez, che lo rielabora nelle forme raffinate di una composizione classica secondo i canoni europei, quasi a fargli rifare il viaggio da dove è venuto. Di Danzones per orchestra e altri strumenti, finora il musicista di Àlamos ne ha composti nove. Ma il più famoso, quello che oggi fa parte del repertorio di orchestre di tutto il mondo, è il Danzón n. 2, composto nel 1994 per la Philarmonic Orchestra dell’Università Nazionale Autonoma del Messico.

Questo affascinante brano presenta sezioni soliste per varie tipologie di strumenti: a momenti in cui il flauto, il clarinetto, l’oboe, il fagotto e il corno ricamano delicati arabeschi dialogando fra loro, si alternano altri che vedono impegnati trombe, tromboni e tube; spazi ariosi romantici in cui predominano il pianoforte e gli archi vengono interrotti da improvvisi interventi dei timpani e delle percussioni: passaggi travolgenti e dinamici durante i quali i musicisti si galvanizzano come sotto l’azione di un vento impetuoso. Il ritmo è costante anche nei momenti più contemplativi, scanditi dal suono secco di strumenti tradizionali come i claves e il güiro.

I messicani ne sono entusiasti e lo considerano quasi un secondo inno nazionale. Dopo il tour del 2007 in Europa e negli Usa della Simon Bolívar Youth Orchestra diretta dal venezuelano Gustavo Dudamel, che l’ha incluso nel suo programma, Danzón 2 non ha cessato di entusiasmare le platee di tutto il mondo, sorprendendo soprattutto noi europei, che del Latinoamerica conosciamo piuttosto la musica folk mentre siamo meno edotti sulla musica “colta” di quei Paesi. E per limitarmi al Messico e ai contemporanei, come non ricordare, accanto a Márquez, compositori e direttori d’orchestra come José Pablo Moncayo, Carlos Chávez e Silvestre Revueltas? Nulla da invidiare alle nostre glorie. Tutti maestri nel rielaborare in forme classiche le musiche e i ritmi nativi della loro terra. Tutti motivo di orgoglio messicano.

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