Armi e asilo nido

La scelta di investire in armi piuttosto che in spese sociali proviene da lontano. E non viene messa in discussione neanche davanti ad una crisi che fa aumentare la povertà
Aerei
Si può facilmente ricercare un recente servizio fotografico del magazine del Corriere della Sera con il quale si aggiornava dei successi della nostra industria della difesa che ha le sue sedi nella cosiddetta Tiburtina valley, cioè in quella parte della Capitale conosciuta come il buco nero del traffico. Nonostante la carenza delle infrastrutture, la genialità italiana si dimostrava nella capacità di intercettare una grande occasione di sviluppo: il riarmo della Russia di Putin.

 

Questa notizia potrebbe costituire una risposta alla domanda che si è fatta, ad esempio, Mario Sberna, presidente dell’Associazione delle famiglie numerose, davanti ai 20 miliardi (tra acquisto e manutenzione) stanziati per il progetto di oltre 130 caccia bombardieri JF35 da parte del nostro Paese: «Ma che dobbiamo fare la guerra agli ufo?». Sberna ha davanti a sé un quadro disastroso di famiglie che non riescono a pagare le spese quotidiane, di scuole senza sicurezza, di un numero di asilo nido insufficiente e poi un’infinità di tagli che non risparmia, in maniera incomprensibile, neanche i disabili.

 

Eppure anche l’ultima manovra finanziaria, dopo la serie di quelle estive, sembra non avere intenzione di cambiare registro su questo punto. Evidentemente ci sono vincoli più forti dei criteri di equità che sembrano evidenti. Da anni, infatti, è cambiato in maniera radicale il concetto di difesa senza che la questione sia passata al vaglio di un dibattito pubblico.

 

Un documento esemplare nella sua chiarezza è certamente il documento intitolato Strategia europea in materia di sicurezza adottato dai capi di Stato e di governo al Consiglio europeo nel dicembre 2003. L’analisi parte dal dato di fatto della globalizzazione che obbliga il superamento del «concetto tradizionale di autodifesa che si basava sulla minaccia dell’invasione» perché «dinanzi alle nuove minacce la prima linea di difesa sarà spesso all’estero» con «interventi tempestivi, rapidi e, se necessario, vigorosi», con la conseguenza di «dover aumentare le risorse per la difesa». In tutto ciò il partenariato tra Unione europea e Stati Uniti si rivela come «una forza formidabile per il bene nel mondo». 

 

Diventa così evidente il superamento di concetti tradizionali come il principio di autosufficienza per uno Stato nella dotazione dei propri armamenti. Se si sta al gioco, bisogna decidere se limitarsi solamente a comprarne dai fornitori esterni oppure entrare nel cerchio dei maggiori produttori di quella che è la tecnologia tra le più avanzate in assoluto. E allora occorre saper produrre e vendere trovando tutte le strategie e le alleanze possibili. Così il progetto Jsf35 rientra nel progetto di collaborazione con la multinazionale statunitense Lockeed Martin che ha già richiesto all’Italia un miliardo e mezzo di euro investiti in studi e progettazioni.

 

Come abbiamo riportato in articoli precedenti, un professore di strategia tra i più autorevoli come il generale Carlo Jean, invitava, su riviste specializzate, nel 2006, a seguire il modello di relazioni internazionali francesi in Libia con le forniture della tecnologia nucleare che apriva la strada a quella degli armamenti. E ancora nel 2010 la Grecia già nel pieno del fallimento annunciato dello Stato, concludeva con la Francia l’acquisto di elicotteri combattimento per un valore di oltre 3 miliardi e mezzo di euro.

 

E il rovesciamento di regime in Libia non ha certo prodotto un arretramento nella penetrazione commerciale degli armamenti in quel Paese. Tutt’altro. Come fa notare Mario Arpino, già generale capo di Stato maggiore della difesa e ora presidente della Vitrociset, azienda leader del settore difesa, la stessa Italia ha fatto la sua parte e il suo “dovere” «pur partendo dalla convinzione iniziale che questa “strana guerra” non si sarebbe mai dovuta fare».

 

Cosa dice la contabilità competente del generale Arpino? Che il totale delle «sortite aeree (“sortita” significa attività di un solo aereo, non di una formazione) volate da Nato e aggregati» ammontano a 23.589, «delle quali 15.952 sono state catalogate come combat». Di quest’ultime «l’aeronautica militare italiana ne ha prodotte il 12 per cento, pari a 1.947 sortite, attestandosi al quarto posto assoluto tra le forze di Oup (“Operazione Nato Unified Protector”). A questa attività va poi sommata quella degli AV8 B della nostra marina militare, che ha contribuito con 173 sortite e 148 sganci. In totale, gli aerei italiani hanno battuto 668 obiettivi». Insomma un impiego tale che, coinvolgendo il pieno utilizzo delle basi Nato e Usa in Italia, potrebbe farci arrivare, m secondo Arpino, al secondo posto come contributo ai combattimenti. 

 

Numeri significativi di una «guerra non voluta» e passata sotto silenzio mediatico ma che dimostrano come la logica della linea strategica della difesa che si allarga sempre più, si riveli prevalente come priorità rispetto ad altre spese e altre urgenze, come ha ribadito l’ammiraglio Di Paola, neo ministro della Difesa dell’esecutivo Monti, esplicitando una linea trasversale e prevalente tra gli schieramenti politici presenti in Parlamento.

 

Non è così facile, perciò, comprare un caccia bombardiere in meno. Bisognerebbe rimettere in discussione troppe cose, date per acquisite, davanti ad una cittadinanza tuttora poco attenta e consapevole. Meglio parlare di altro?

 

Comunque gli Ufo non c’entrano affatto.

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