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Aracne in Calabria

Viaggio ideale tra i meravigliosi manufatti tessili tradizionali di questa terra mediterranea, un concentrato di simboli e culture

Fra i molti personaggi-simbolo che Ovidio ha trattato nelle sue Metamorfosi c’è anche quello di Aracne, l’abilissima tessitrice che osò sfidare Minerva, superandola, in una gara di tessitura: motivo per cui dalla indispettita dea venne trasformata in ragno, l’insetto emblema di pazienza tanto ammirato per la perfezione delle sue tele.

Il mito di Aracne è dunque all’origine della tessitura, un’arte presente in tutte le civiltà fin da epoche remote, tramandata per via orale e per questo non esente da errori; anche se lo stesso errore involontario ha dato origine a nuovi motivi decorativi, incentivando in tal modo la creatività delle tessitrici. Arte fiorita anche in Calabria, terra dalle molte culture, crocicchio mediterraneo di popoli diversi a partire dalla colonizzazione greca, come documenta Luigia Angela Iuliano in un libro inteso a mettere in luce un patrimonio ricchissimo ma ancora poco conosciuto: Lungo il filo di Aracne, edito da Arsac.

Il volume – un viaggio ideale attraverso il tempo, le testimonianze orali e scritte e i manufatti esaminati – è il risultato di meticolose ricerche effettuate nei centri dell’Altopiano silano, dell’Area grecanica, dell’Istmo e delle Serre Vibonesi presso tessitrici, laboratori tessili, musei, associazioni e cooperative, per non dire dei risultati ottenuti presso il Centro Sperimentale e Dimostrativo di Lamezia Terme, di cui la Iuliano è direttrice.

La prima parte riguarda la tecnica di tessitura, i disegni e il loro significato simbolico; la seconda illustra la tintura dei filati, l’origine e il significato dei colori e fornisce indicazioni pratiche per tingere i tessuti.  Strumento base per la tessitura è il telaio tradizionale calabrese: orizzontale, con pedaliera dotata di funicelle per il collegamento con i licci, funzionante per abbassata dell’ordito. Le fibre utilizzate sono di origine animale (lana, seta) e vegetale (lino, ginestra, cotone, canapa, ortica; il processo di lavorazione delle prime due conosciuto in Calabria fin dall’epoca prestorica).

Tre i grandi periodi tessili identificati: l’antichità classica (di cui mancano reperti), l’epoca bizantina e medioevale (è la modalità sopravvissuta in gran parte della regione, sia per la tecnica dei disegni, sia per i colori: molte le testimonianze), la seta e i damaschi (abbondanti le testimonianze di velluti e damaschi, utilizzati soprattutto nei paramenti sacri).

Quanto ai disegni, nei quali si avverte l’influenza araba, bizantina, normanno-sveva, spagnola, francese…, essi trionfano come varietà anche di colori soprattutto nelle coperte nuziali, parte essenziale del corredo tradizionale di una donna. Ora li ammiriamo solo dal punto di vista estetico: purtroppo ciò che essi significano non è più percepibile da una sensibilità moderna che ha perso il senso del simbolo e del mistero in cui vivevano i nostri antenati. Ma anche da chi li utilizzava, ripetendoli di generazione in generazione, quei moduli decorativi non venivano più compresi nel loro significato originario.

E proprio il substrato culturale che si cela in essi l’autrice cerca di far emergere, nella convinzione che anche una coperta e un semplice strofinaccio decorati possono suscitare in noi, alla stregua di un mandala, una visione contemplativa.

Prima di offrire esempi di questa lettura simbolica, la Iuliano osserva che la maggior parte dei disegni, pur nella loro diversità, sono riconducibili ad un unico motivo decorativo dalle origini antichissime, presente nelle culture di tutto il mondo e assunto anche dal cristianesimo: l’albero della vita. L’albero infatti rappresenta, con la sua rigenerazione periodica, la sacralità della vita e l’immortalità. Centro dell’universo è l’albero della conoscenza del bene e del male descritto sia all’inizio della storia dell’umanità, nella Genesi, sia alla fine di essa, nell’Apocalisse: «Al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio».

Nei copriletto l’albero della vita – che appare in maniera stilizzata nelle fasce dei bordi – è spesso accompagnato da altri esemplari del mondo vegetale come la rosa, la palmetta, il fiore di loto, l’edera, la cui funzione non è mai puramente decorativa.

«Per molte tradizioni – spiega l’autrice – la creazione del mondo ha avuto inizio in un centro, per questo la costruzione di una vita comune è il letto! La presenza di questa fascia di fiori che rende sacro lo spazio, in qualche modo è la ricostruzione del Paradiso, spazio sacro per eccellenza».

A proteggere questo spazio dalle influenze negative esterne si osservano, procedendo verso l’interno, i triangoli a più linee o il vaso con la lama incastrata, ambedue segni sessuali maschile e femminile, il segno continuo a spina di pesce, le stelle a 8 punte simbolo di fertilità, i quadretti/punti che rappresentano il corso d’acqua e il seme che feconda la terra… Di ciascun motivo  – rombo, labirinto, greca, melagrana, croce, segni geometrici o zoomorfi –  il libro svela un significato che va oltre il godimento estetico che possiamo trarne.

Un capitolo importante riguarda l’arte della seta. Introdotta in Calabria dai turchi intorno all’anno 1000 insieme all’allevamento del baco, fino all’inizio del XX produsse manufatti d’eccellenza esportati in tutta Europa. Tra i molti centri che potevano vantare una tradizione consolidata, Cosenza e Catanzaro furono quelli di maggiore produzione, famosi per i damaschi e i broccati.

Il periodo d’oro della seta nella regione abbraccia i secoli XV e XVI. Il lento declino iniziò dal 1600, in concomitanza con la crisi economica che, investendo l’Europa e l’Italia, costrinse gli uomini a emigrare e le donne ad assumersi l’onere di questa attività, con turni massacranti. Tuttavia verso la fine del 1700, grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte dalla colonia campana di San Leucio fondata da re Ferdinando IV, la sericoltura calabrese – motivo costante di ammirazione da parte dei viaggiatori stranieri – raggiunse i livelli europei.

Dopo l’unità d’Italia furono ancora le donne di Calabria a continuare in proprio l’allevamento dei bachi e la produzione tessile. E proprio ad esse, umili custodi lungo i secoli di un’arte oggi ereditata da poche aziende artigianali, il volume della Iuliano vuol rendere omaggio.

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