Aquileia tra guerra e pace

Scrigno di bellezza e di conoscenze, l’antica città richiede di essere decifrata. Come una scatola nera.
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Esistono stelle spente da milioni di anni luce il cui splendore ancora attraversa il firmamento per giungere fino a noi. A questo mi fa pensare Aquileia, irradiante splendore di storia ed arte come questo sole primaverile che scalda i marmi del suo foro severiano. Estinta da secoli la città romana, la quarta dell’impero, che doveva essere splendidissima a giudicare da ciò che ne resta e dai tesori del suo museo archeologico, è l’Aquileia cristiana, sede di un patriarcato che intessé rapporti perfino con Alessandria d’Egitto e in certi periodi fu un interlocutore all’altezza della Chiesa stessa di Roma, a gettare luce fino ai nostri giorni. Ma è una luce che va interpretata, decifrata nei suoi trascorsi storici e nei suoi significati simbolici, come i dati contenuti in una scatola nera.

Certo ogni aspettativa è sorpassata nella basilica patriarcale quando, affacciandosi dall’alto di passerelle sull’immenso tappeto policromo della navata – quei mosaici del IV secolo – si gusta il mistico silenzio racchiuso fra i colonnati in fuga verso l’abside. Ma per non appagarsi solo di un’emozione estetica, Aquileia va studiata prima, durante e dopo una visita, conosciuta negli spesso oscuri (per noi del XXI secolo) significati racchiusi in questi mosaici, le cui immagini derivano dal repertorio pastorale e marino ellenistico, dal simbolismo misterico e del culto di Mitra, dall’iconografia imperiale del trionfo e da quella cristiana delle catacombe. Allora la scena di un gallo e di una tartaruga affrontati non sarà più soltanto oggetto di divertita curiosità, ma ci parlerà della lotta tra luce e tenebre, verità ed errore. E così via.

La pacifica attuale borgata alla quale si è ridotta Aquileia non fa tuttavia dimenticare la tumultuosa storia passata per questo crocevia dell’impero, i saccheggi, gli incendi, le devastazioni causate prima dagli unni, poi dai longobardi e infine dagli àvari e ungari che di tempo in tempo, insieme ai terremoti, sfigurarono la città, né le contese politiche e religiose, nello sforzo di salvare per le generazioni future l’ortodossia della fede. Qui infatti si tenne nel 381, alla presenza di sant’Ambrogio, un concilio per contrastare l’eresia ariana. Qui nacquero o ebbero rapporti con questa Chiesa personaggi di primo piano: da Rufino, Girolamo e Cromazio, i grandi Padri del periodo d’oro, a Eugippio, Venanzio Fortunato, Paolo Diacono, Paolino.

Sempre però risorse Aquileia, grazie ai suoi pastori, attraversando periodi di nuovo splendore. Resasi indipendente dalla Chiesa di Milano, divenne il riferimento non solo per il Veneto, ma anche per parte delle odierne Austria, ex Jugoslavia, Ungheria e Baviera. Fino a quando la vicina Grado divenne sede di un nuovo patriarcato, in opposizione però al suo, per poi cedere entrambe, nel 1420, di fronte al predominio della potente Venezia, col quale terminò il potere temporale dei patriarchi, da allora in poi di origine veneta. Questo raccontano le pietre estratte dalla città romana, diventata essa stessa cava, per rinforzare le difese del porto fluviale contro gli invasori. Questo i mosaici con i loro significati simbolici in relazione ad una fede difesa a caro prezzo. Questo, ancora, le centinaia di stele custodite nel Museo paleocristiano di Monastero, testimoni dell’atteggiarsi del defunto di fronte al mistero della morte e dell’aldilà. Come quella di una fanciulla ritta in un ameno prato con arbusti e pecorelle, sul cui capo scende copiosa l’acqua da un disco stellato con una colomba in volo. Ai lati due figure virili: una le impone la mano sulla testa, l’altra la benedice. Ed è contemplando questa scena di pace, che sembra unire un episodio della vita terrena della defunta – il battesimo senza dubbio – alla beatitudine celeste, che saluto Aquileia.

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