Angosce, flagelli e altri disastri

Come cambia, nell’immaginario, la percezione del nostro rapporto con tecnologia e natura?
Gabbiano Inquinamento
Gabbiani, tartarughe, delfini che si trascinano, boccheggiano e muoiono avvolti da una melassa di miasmi e fango neri. Pescatori che disperano di poter mai rivedere le acque del Golfo del Messico limpide e ricche di pesce. Preoccupazione per un pianeta inquinato e “imbruttito”. Ma anche frustrazione per l’inesorabile progredire di un disastro (colposo?), invano contrastato da una tecnologia impotente. La tecnica, che ci ha regalato una vita agiata, appare improvvisamente incerta, fragile, poco affidabile.

 

Una volta, in caso di disastri si usava la parola “flagello” (in latino, “sferza”) per indicare un avvertimento della Provvidenza che, guidando le forze naturali, vuole (o permette) accadimenti negativi per invitare gli uomini a convertirsi dalla loro condotta. Con il terremoto e incendio di Lisbona del 1775, invece, cambia la prospettiva. L’Illuminismo mette da parte Dio, preferisce parlare di “catastrofe” (dal greco “rivolgimento”), per indicare da una parte la cieca e brutale natura, dall’altra l’uomo e le sue responsabilità, quando perturba gli equilibri naturali combinando guai. Il male ora viene dall’uomo.

Ai giorni nostri, invece, la parola chiave è “rischio”. La tecnologia ha invaso ogni interstizio della nostra vita. Grandiosa oppure microscopica, quasi sempre complicata e incomprensibile, è diventata simile alla magia, fonte di stupore e capace di rispondere a qualsiasi pretesa. Fino a quando qualcosa va storto. Allora improvvisamente il singolo individuo si scopre solo e vulnerabile, mentre gli esperti in tv cominciano a spiegare che il rischio zero non esiste, che qualsiasi tecnologia ha effetti collaterali non eliminabili e, a volte, incontrollabili.

 

La gente ha però bisogno di dare comunque un senso alla propria vita e agli avvenimenti, angosce comprese. E siccome per molti non c’è più una causa esterna, Dio, a cui imputare i mali e i beni, la società si ripiega su sé stessa. Recentemente, per il terremoto de L’Aquila, non prevedibile scientificamente, alcuni esperti sono stati messi sul banco degli accusati per aver tranquillizzato la popolazione. Anni fa, altri erano stati accusati per il motivo opposto: aver spaventato invano i cittadini. Dopo il maremoto che ha fatto 200 mila morti nel 2004 in Asia, è scattata la caccia a chi avrebbe dovuto prevenire il disastro. La natura non è più percepita come qualcosa di esterno: essendo ormai assoggettata al nostro controllo, se non funziona è colpa dell’uomo e della sua tecnologia.

 

Al posto della vecchia astrologia, oggi abbiamo la valutazione del rischio, cioè la probabilità (un valore teorico!) di subire un terremoto, di contrarre un tumore, di finire sotto un camion. La paura conseguente è il nostro pane quotidiano, insieme con una sensazione di insicurezza maggiore delle minacce reali. Il cittadino, incompetente, si affida agli esperti i quali però, per troppa semplificazione, tendono spesso ad ingigantire l’inevitabilità di certi scenari apocalittici. Il risultato è che ognuno si sente solo davanti al futuro minaccioso, e cerca disperatamente la propria piccola nicchia di sicurezza: «Io speriamo che me la cavo».

Come evolverà nei prossimi anni il nostro rapporto con la tecnologia? Difficile dirlo, ma due esempi possono indicare una possibile direzione: le dimostrazioni matematiche più complesse vengono oggi sovente affidate a velocissimi “supercalcolatori”, perché i matematici umani sono troppo lenti. Sulla Stazione spaziale internazionale in orbita intorno alla Terra presto sbarcherà il primo robot spaziale con sembianze umane. Dove andranno a finire i sogni dei bambini di fare da grandi gli astronauti, se nello spazio anziché gli uomini vanno le macchine? È vero, le abbiamo progettate noi, ma non è proprio la stessa cosa.

Passato, presente, futuro, natura, tecnica, uomo. Siamo frammentati, disconnessi, disorientati. Conviene forse ripensare (e riprogettare) il rapporto tra uomo e mondo facendoci aiutare da Pavel Florenskij, il grande prete-scienziato morto nei campi di concentramento staliniani: esortava a «contemplare il mondo come un insieme, come un quadro e una realtà compatta». Riscoprendo quel palpitare di nessi che danno forma all’unità della persona e della conoscenza.

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