Andrea Sciffo: per voce e paesaggio

Dopo Lettera dal futuro (cfr. Città nuova n. 13/1999) e La cerca senza tempo. Tracce dell’ordine cristiano, Andrea Sciffo, lodato da Quirino Principe (1997) per lo stile “di altissima qualità”, continua il suo percorso di giovane scrittore non solitario ma esigente, evitando la trafila della “grande” editoria e pubblicando con un piccolo, coraggioso editore (Marna, di Barzago, provincia di Lecco) versi e prose raccolti in Per voce e paesaggio, con un Invito alla lettura di Davide Rondoni; il quale sottolinea come in questo libretto “che non teme l’antipatia ” – dei superficiali, chiaramente voce e paesaggio siano “gli ambiti, verrebbe da dire i personaggi di un dramma che riguarda il problema dell’origine e della sua connessione con la fine”. Storia e natura, cioè, in dimensione individuale e ancor più personale, ovvero di connessioni e analisi e sofferti attriti, nell’oggi, con la società che troppo spesso si abbandona in balia di sé stessa. Sciffo è un cristiano dallo sguardo anche letterario) limpido; più volte ho pensato, vista la sua somiglianza con Péguy giovane, che mi sarebbe piaciuto averlo compagno di adolescenza, se una diversa anagrafe non lo avesse impedito. Ora queste poesie e prose, le ultime suddivise in meditative e saggistiche, vengono ad accompagnare la mia scontentezza per il tracollo culturale e in particolare letterario che sta tagliando, o tritando, le grandi radici (antiche e recenti), e finge spropositate misure per piccolissimi scrittori detti attuali, e in realtà solo contemporanei, già evidentemente destinati al riciclaggio severo (almeno la carta!) della storia, quando sostituirà finalmente la cronaca. Poesie e prose e saggi: sono interessanti questi “e” che modestamente travalicano, senza negarle, le differenze di genere e di espressione: quale che sia la forma dell’urgenza interiore, Sciffo è lì nelle parole – in cui crede – a dire anzitutto al lettore: ricòrdati della tua dignità. E lo fa non sermoneggiando ma giocando di ironia (compresa l’autoironia) ondivaga, apparentemente variata o svariata da giochi musicali di rima e di assonanza (bravissimo nello sciorinarli trascolorando con il linguaggio dall’antico al recente, dalla citazione incastonata alla trovata espressiva originale che fa il verso a sé stessa); come a dire che non è la solennità o la retorica, anche buona, della parola a decidere, ma una meta-retorica pronta a tutte le giravolte perché senza illusioni sulle vecchie abitudini umane mascherate da nuove: per smascherarle, appunto, non vale il cipiglio del moralista (o ideologo, è lo stesso), che proprio in quell’istante rivelerebbe di avere anche lui la propria maschera; occorre il passo danzato, il salto un po’ osato e la povertà degli uccelli dell’aria: cosa difficilissima per uno scrittore, se non crede nelle parole e al tempo stesso non impedisce loro di diventare feticci, e perciò non le liscia al tornio, ma anche le batte, le fa rimbalzare, suonare, rotolare fino alla loro buca che è l’impensierito lettore. C’è la perfetta prima poesia di cui posso citare solo l’ultima strofa: “Impassibile, integerrimo è il mattino in cui/anch’io reverente m’inchino, o mio legittimo trono:/resi azzurri come un suono, ci destiamo io e tu/e bene disse l’apostolo: “fides ex auditu “. È mirabilmente sbarazzina questa implicita unione tra il biblico “messaggio” che ogni giorno reca all’altro giorno (Salm 19), e il risultato, la fede in Dio, che l’apostolo Paolo (Lettera ai Romani 10,17) dice nascente dall’ascoltare (ex auditu) la Parola: il tutto in chiave puramente naturale-psicologica; come a dire, ma nelle cose stesse: svegliati, lettore, prima della catechesi c’è la natura. Altro che la relativa “immaturità” di cui parla Rondoni, questa è consumata maturità giovanile di un vero scrittore. Nelle poesie ci sono perle dissimulate ma resistenti alla mano predatrice, se non si fa umile, e non posso che invitare il lettore a saperle cogliere nei saggi ci sono utili e necessarie riflessioni. Ma le prose: queste invenzioni corpo a corpo (anima ad anima) col paesaggio, liturgia laica e religiosa del nostro respirare, sono, a quanto ne so, le più belle tra le italiane di inizio secolo.

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