Amata Amazzonia

L'esortazione post sinodale tanto attesa, tanto sperata, tanto temuta è arrivata. Non c'è stato nessuno strappo né chiusura.  Splendore, dramma, mistero sono le parole sulle quali vogliamo riflettere. Un commento.

Credo che la prima cosa da fare, oggi, sia quella di chiedere perdono. Perdono per le troppe parole sprecate, il troppo tempo perso, le speranze dei semplici messe in pericolo. Perdono per non aver sempre saputo tenere i piedi sulla “Roccia”, mentre il vento soffiava, per aver potuto cedere all’illusione di avere a cuore la Chiesa più di quanto ce l’abbia il suo legittimo Sposo e il Suo vicario. In queste ultime ore il documento tanto atteso, tanto sperato, tanto temuto è arrivato. Querida Amazonia. Possiamo stare sereni, la fede è salva, la fede è salda, la barca di Pietro non è, non è mai stata, come da qualcuno paventato, nelle mani del “cuoco di bordo”, ma in quelle certe, sicure, illuminate, nodose, del legittimo Timoniere. È arrivato il documento tanto atteso e prendiamo atto che non si allontana nemmeno per un istante da quella che è la Tradizione della Chiesa. Una Chiesa che cammina con la storia. Nessuno strappo, dunque; nessuna chiusura,  svendita del tesoro di famiglia. Nessun tentativo di allargare le braccia al mondo, abbassando il prezzo della merce. Niente di tutto questo. E la mente corre agli inutili peccati commessi, alle insinuazioni fatte, alle offese non sempre larvate, a chi guardava con sofferta attenzione al problema della mancanza dei preti e alla dottrina del celibato dei preti. No, dalla Esortazione del papa non vengono fuori né vinti  nè vincitori. La Chiesa vuole volgere lo sguardo a quella parte dell’umanità, ascoltare la voce dei poveri, leggere gli eventi che li riguardano da vicino, rimanere accanto al loro dramma mentre eleva il grido di dolore e di speranza.

La Chiesa, come sempre ha fatto nel corso dei secoli,  vuole stare accanto, gioire con chi gioisce, piangere con chi piange, soffrire con chi soffre. Certo, non si può guardare al reale problema della mancanza dei preti senza provarne dolore. Come non è possibile che un padre sia felice per il figlio che ha da mangiare, da bere, da vestirsi e divertirsi e resti poi a guardare con occhi estranei al figlio che va a letto digiuno e al freddo, così la Chiesa. Questa è la sua sorte. Questa è la croce che dovrà trascinare fino alla fine della storia. Figlia del Risorto, si ritrova ogni giorno a essere crocifissa col Crocifisso. Verranno, a tempo debito, le esegesi puntuali del testo, capitolo per capitolo. Ci saranno, nel tempo che verrà, convegni, libri, dibattiti, approfondimenti perché nulla vada perduto di questo momento di grazia.

Adesso ci basti venire a conoscenza dei sogni del papa. Il papa, dunque, sogna. Come ogni uomo, sogna; come ogni cristiano, sogna. Sogna come sognava Giuseppe, Maria, Gesù. Sogna perché sa che senza il coraggio di osare di sognare, il mondo finirebbe per avvitarsi su se stesso. C’è bisogno, disse, la settimana scorsa, commentando il peccato del re Davide, di un profeta, che, come Nathan, sappia darci una sferzata. Sappia distoglierci dal vuoto andare, dai vani idoli che pur senza volerlo andiamo costruendo. Idoli veri, quelli cioè che ci spingono a essere egoisti, edonisti, menefreghisti.  A guardare il mondo dalla piccola feritoia della torre nella quale ci siamo asserragliati. A vedere il dolore degli ultimi solo da lontano per non esserne coinvolti. A guardarci bene dal farci prossimo.

Il papa sogna e ci invita a sognare insieme a lui. Non sempre è facile, a volte i sogni sono più esigenti, più pungenti, più coinvolgenti della realtà. Il papa sogna che l’Amazzonia «lotti per i diritti dei più poveri, che difenda la ricchezza culturale, che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale». E continua a sognare, Francesco, che le comunità cristiane siano capaci «di impegnarsi e incarnarsi in Amazzonia». Chi ha confidenza con i documenti del Concilio Vaticano II ha già avvertito l’eco di tanti suoi documenti a riguardo. Chi ha a cuore il Vangelo sa bene che nel cuore e nelle parole di Gesù, i poveri hanno sempre occupato il primo posto.

Occhi all’Amazzonia, dunque. E chi ha ricevuto di più ha il dovere, l’obbligo, la gioia, il privilegio di dare di più. Per questo motivo, Francesco, chiede alle Chiese particolari di non essere egoiste, di aprirsi, di volgere lo sguardo al di là dei propri confini, di allargare le braccia e il cuore, di invogliare i membri del proprio clero ad andare missionari nelle diocesi più povere di preti. Va oltre, Francesco, e ci ricorda che prima della celebrazione dell’Eucarestia viene l’annuncio, la catechesi, l’esercizio della carità, la condivisione, l’istruzione, il volontariato. Impegni fondamentali cui possono e devono badare i laici, donne e maschi.  «L’amata Amazzonia si mostra di fronte al mondo con tutto il suo splendore, il suo dramma, il suo mistero». Splendore, dramma, mistero: parole sulle quali vogliamo riflettere e pregare. E ringraziare Dio, perché la riflessione su questa parte importante del nostro minuscolo e pur immenso pianeta getta luce su tutta la Chiesa chiamata a illuminare e a dar sapore a tutta la terra.

 

 

 

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