Alla “scuola” di Chiara

L'incontro con il carisma di Chiara Lubich e una nuova comprensione di san Francesco e santa Chiara. Una "scuola" di vita, donata a tanti religiosi nel Centro internazionale di spiritualità "Claritas" a Loppiano.
Amedeo Ferrari
Se da un lato il rapporto con Chiara può essere definito in modo semplicissimo e naturale come il rapporto tra madre e figlio, dall’altra, giacché Chiara è una persona depositaria di un particolare disegno di Dio, quindi portatrice di un carisma per la Chiesa e per l’umanità, non è così facile riuscire a coglierne tutti gli aspetti con la dovuta profondità.

 

Un dono di luce

 

L’incontro con Chiara è arrivato imprevisto come un dono gratuito di Dio. All’inizio non fu neppure un incontro diretto e personale, ma mediato dal racconto di un mio confratello che negli anni ’50 sulle Dolomiti aveva partecipato alle prime Mariapoli a Fiera di Primiero. Io mi trovavo in noviziato e stavo incominciando a comprendere l’esperienza spirituale di san Francesco e santa Chiara.

 

La conoscenza della spiritualità dell’unità di Chiara accese dentro di me una luce molto forte che mi fece vedere al di dentro dei passi che avevano segnato l’esperienza spirituale di Francesco: la sua conversione, la ricerca della volontà di Dio, l’arrivo dei primi compagni, il formarsi delle prime fraternità, l’espropriarsi di tutto per amare Dio e i fratelli, fino al desiderio-passione di conformarsi a Gesù crocifisso nella sua passione.

 

Scoprii così l’influsso benefico della originale reciprocità tra il carisma di Francesco e il carisma di Chiara. La spiritualità dell’unità mi aiutava non solo a realizzare concretamente la radicalità evangelica di Francesco, ma anche a scoprire il cuore del carisma francescano, cogliendone la radice, così come veniva espresso nel prologo della Regola di santa Chiara e confermato dal Papa Innocenzo IV: “Confermiamo in perpetuo la forma di vita e il modo di santa unità e di altissima povertà, che il beato padre vostro Francesco vi consegnò a voce e in iscritto da osservare… e fu da voi spontaneamente accettata”1.

 

Così iniziai a intensificare il rapporto con Chiara attraverso una corrispondenza diretta, come pure partecipando, quando mi era possibile, a qualche Mariapoli, o alle scuole estive promosse dai religiosi, o anche attraverso scritti e pubblicazioni sulla spiritualità dell’unità.

 

Finalmente incontrai Chiara per la prima volta nel 1974 a Rocca di Papa, in un incontro di religiosi aderenti al Movimento dei Focolari, provenienti da tutta Europa. Fu un momento semplicissimo e molto breve, ma sufficiente per svelare la pienezza della presenza di Dio nella sua anima e la passione di coinvolgere tutti nell’ut omnes di Gesù.

 

Vorrei ora evidenziare alcune tappe che hanno segnato il mio cammino con Chiara, i passi d’anima prodotti in me, a mano a mano che ho conosciuto più profondamente la spiritualità dell’unità. È un modo per dare gloria a Dio, oltre che ringraziarlo per avermi concesso questa grazia.

 

La Parola di Dio

 

La luce e la gioia che sperimentavo nel vivere l’arte di amare, proposta da Chiara, mi diede l’opportunità di intravedere che, dietro alla conversione di Francesco e alla sua scelta radicale di Dio solo, c’era l’amore e un amore di fuoco per Gesù. Era l’amore, infatti, che lo aveva spinto a prendere alla lettera le sue parole e viverle per essere come Lui.

 

Francesco racconta nel suo testamento che nessuno sapeva dirgli che cosa dovesse fare per seguire Gesù: “L’altissimo mi rivelò che dovessi vivere a norma del santo Vangelo”2. E nel primo capitolo della Regola lascia scritto a chi lo segue: “La Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo”3.

 

Ora questo lo sapevo molto bene, però non sapevo da dove incominciare per concretizzarlo. Ero convinto che fosse sufficiente saperlo. È stata la pratica della Parola di Vita, che allora veniva distribuita ogni settimana dal focolare, a svelarmi come potevo vivere il Vangelo, secondo la Regola di vita lasciata da Francesco.

 

Prendere una parola alla volta, una frase compiuta e viverla durante la giornata in tutte le situazioni in cui venivo a trovarmi. Si trattava di lasciare che fosse la Parola a vivere in me, ad illuminare i comportamenti; così la mia vita si sarebbe rievangelizzata, come quella di Francesco e dei suoi primi compagni.

 

Mi impegnai a vivere le varie parole, in particolare quelle che parlavano di amore, e incominciai a sperimentarne i frutti: una nuova unione con Dio, rapporti nuovi e illuminati con i superiori e i fratelli di comunità, fino alla scoperta più forte che mi convinse che questa fosse la strada giusta per conformami a Gesù, secondo il carisma di Francesco. Amando potevo “essere Gesù”, perché Gesù era l’Amore incarnato, spinto fino alla misura massima contenuta in quel “come io vi ho amato”. Così facendo, anch’io potevo essere Gesù in ogni momento.

 

Un frutto speciale del vivere la Parola di Dio fu l’esperienza tutta nuova di Dio. Non più solo come oggetto di fede, ma come Amore. Dio che mi ama, Dio che ci ama! Significò per me passare dalla fede in Dio all’esperienza di Dio-Amore. Questa esperienza capovolse il modo di vedere gli avvenimenti, le persone, le cose, la mia storia, il passato, il futuro.

 

Tutto si era illuminato dall’amore di Dio per me e per ciascuno, anche ciò che a me appariva come doloroso e negativo. Naturalmente la conseguenza logica di questa esperienza fu una sola: quella di rimettere Dio al primo posto con una scelta più cosciente e più radicale, di Lui come ideale della vita, riconoscendo che la consacrazione, l’appartenenza al mio Istituto, il sacerdozio, erano doni di Dio da trafficare, ma non erano Dio.

 

Gesù crocifisso e abbandonato

 

Ma la grazia più grande, sperimentata nell’attingere alla spiritualità dell’unità di Chiara, si manifestò nella scoperta-rivelazione di Gesù crocifisso e abbandonato come segreto dell’unità. È stata, senza ombra di dubbio, una sorta di rivoluzione copernicana della mia vita.

 

Prima di tutto, perché fino ad allora il dolore e l’amore erano due realtà separate: mentre cercavo di possedere l’amore, fuggivo e rifiutavo ogni forma di dolore. Scoprii, invece, che se quel grido di dolore di Gesù conteneva tutti i dolori dell’umanità, anche i miei, nello stesso tempo esso coincideva col più grande atto d’amore. Lui era l’“Amore” che stava donando tutto di sé.

 

Fu la rivelazione che il dolore e l’amore in Gesù erano come due facce della stessa medaglia, che il dolore era stato divinizzato, perciò non poteva essere rifiutato o risolto, ma vissuto come un’espressione del Dio crocifisso, un volto suo da amare, per partecipare alla trasformazione da Lui operata in quel momento di totale dono di sé.

 

Un secondo motivo della grandezza di questa grazia consistette nel fatto che, con la scoperta di Gesù Abbandonato, si aprì per me una porta che sembrava definitivamente chiusa: quando cercavo di imitare Francesco nella sua immedesimazione con Gesù crocifisso avvenuta alla Verna con le stimmate, sperimentavo una difficoltà insormontabile.

 

Quando meditavo quell’esperienza mistica di Francesco, provavo un duplice sentimento: da una parte, un fascino particolare per il dono d’amore ricevuto da Francesco in risposta al suo amore pazzo per Gesù; dall’altra, però, ogni volta si confermava un senso di frustrazione, per non poter tendere a quell’altezza, a causa dei troppi fallimenti, delle continue debolezze, dei ripetuti tradimenti. Avevo la certezza che non ce l’avrei mai fatta ad arrivare fin lì!

 

La scoperta di Gesù Abbandonato, come segreto dell’unione con Dio e con i fratelli, aprendo quella porta, mi fece intravedere un possibile passaggio segreto per arrivare nel cuore della Trinità, nonostante la mia nullità. In Gesù crocifisso e risorto tutto veniva bruciato dalla misericordia, compreso il fango che nella fornace dell’amore veniva trasformato in fuoco.

 

Con l’amore a Gesù Abbandonato era dunque possibile per me arrivare a viver con Gesù “la passione della sua passione”. E non solo nei dolori fisici, spirituali e morali, ma andare anche oltre, fino a quelli dell’anima, fino all’abbandono dal Padre. E sperimentai nell’anima i frutti dello Spirito: gioia, pace, serenità, voglia di ricominciare.

 

La presenza di Gesù in mezzo

 

Un’altra luce che si accese, grazie alla spiritualità dell’unità, fu quella della vita fraterna. Una delle novità portate da Francesco nella Chiesa era stata la nuova forma di vita comunitaria, non più legata ai luoghi d’incontro comuni (refettorio, coro, sala di lettura, ecc.), ma alla comunione di vita, vissuta in piccole fraternità, poco strutturate, molto aperte e funzionali per l’evangelizzazione. La parola “convento” significava appunto il “convenire in uno” dei fratelli e delle sorelle, il “vivere in comune, nell’unità degli spiriti” come era scritto nel prologo alla Regola di santa Chiara4.

 

Scoprire che vivere la reciprocità dell’amore, con la misura del “come” chiesta da Gesù, attuava la promessa della sua presenza come risorto, “Dove due o più uniti nel mio nome… sono io presente…” (Mt 18, 20), mi affascinò e mi incoraggiò a dare la mia vita, perché questo si potesse realizzare nella fraternità. Come pure illuminò i continui richiami di Francesco a vivere la perfezione della carità e ad amare i fratelli con cuore di madre.

 

Nel Testamento di Siena è scritto: “Sempre si amino gli uni gli altri”5. Nella fraternità era dunque possibile vivere alla presenza di Gesù costantemente, non più solo nei momenti della preghiera o della celebrazione eucaristica.

 

Chiara fondatrice

 

Se in un primo momento avevo conosciuto Chiara come persona carismatica, dalla quale scaturiva la nuova spiritualità, in un secondo momento ho potuto conoscerla come fondatrice di un’Opera nuova per la Chiesa. La novità consistette nel vedere Gesù in mezzo come il vero Fondatore, logica conseguenza del carisma dell’unità.

 

Una seconda originale scoperta fu la partecipazione all’Opera di Maria, composta da persone di tutte le vocazioni, ciascuna secondo la propria vocazione. Era un’opera dalle dimensioni “Chiesa”, che concorreva a realizzare il sogno di Gesù: “che tutti siano uno” (cf. Gv 17, 21).

 

Era un ideale affascinante che dava respiro alla mia anima e mi spingeva ad ampliare la mia visione particolare. Nasceva in me un amore nuovo per la Chiesa che dava un senso universale ad ogni forma di apostolato, perché dilatato sulla misura dei vasti orizzonti di Gesù. Anche i rapporti tra le varie realtà ecclesiali venivano illuminati dal comandamento nuovo, messo alla base di tutto. Ecco perché anche i religiosi potevano ritrovarsi in una comunione ecclesiale, ciascuno donando il proprio carisma e accogliendo quello dell’altro come un dono.

 

Due circostanze, per me inattese, ma previste da Dio, mi introdussero in questa scoperta. La prima avvenne nel 1974, in seguito alla costituzione, da parte del mio Provinciale, di una nuova comunità a Montericco di Monselice. Una comunità formata da quattro religiosi, i quali, oltre al carisma di Francesco, condividevano anche la spiritualità dell’unità.

 

Fu un’esperienza molto bella e importante per noi quattro, per la Provincia, che vide rifiorire una casa destinata alla chiusura, e per tante altre persone, per lo più giovani, che in quegli anni frequentarono il centro con molto frutto.

 

La circostanza che ci spinse a metterci in contatto con Chiara fu l’arrivo di alcuni religiosi di altri Istituti che desideravano fare un’esperienza di spiritualità di comunione nella nostra comunità.

 

Attraverso questi contatti con Chiara maturò la possibilità di aprire un Centro di spiritualità per religiosi, aderenti al Movimento dei Focolari. Dopo una breve permanenza ad Albano, presso il convento dei Cappuccini, il Centro ebbe la sua sede definitiva nella cittadella di Loppiano. Chiara gli diede il nome di “Centro di spiritualità Claritas”.

 

Nell’ottobre del 1981 i superiori mi misero a disposizione dell’Opera di Maria per questo progetto e mi trasferì in un primo momento a Castel Gandolfo, dove allora risiedeva la sede centrale dei religiosi del Movimento dei Focolari, e quindi nel dicembre del 1991 Chiara stessa mi chiamò alla “Claritas”, dove sono rimasto per 18 anni fino allo scorso ottobre.

 

La riscoperta di Maria

 

Una parola che potrebbe qualificare il mio rapporto con Chiara di questo periodo è la riscoperta di Maria.

 

Illustrando la “via Mariae”, mi ha fatto riscoprire Maria come modello cui guardare per essere cristiano, per vivere da consacrato, ma soprattutto come essere Maria collettivamente, proprio per la spiritualità di comunione.

 

Ho compreso meglio perché il Movimento dei Focolari si chiama Opera di Maria. La spiritualità dell’unità, vissuta e condivisa da tutta la cittadella, permette a tutti i suoi abitanti di essere Maria-Chiesa, come suo vero corpo, Maria che ridona oggi Gesù al mondo. Così la comunità diviene un santuario mariano, fatto di persone vive che custodiscono la presenza di Gesù.

 

Chiara, col suo amore attento, concreto e misericordioso che tutto copre, ha reso tangibile questa presenza mariana, sia tra i cittadini di Loppiano, come pure per quelle migliaia di persone che ogni anno sono venute a visitare la cittadella.

 

L’esperienza di questi anni al “Centro Claritas” di Loppiano, mi ha reso testimone dei miracoli compiuti da Gesù in mezzo tra i religiosi e tra gli abitanti della cittadella. È stata una conferma che nella spiritualità dell’unità, non solo è contenuto un nuovo modo di “essere Chiesa-comunione”, ma anche una nuova via di santità.

 

Ho visto che è possibile santificarsi insieme, attuando quella “santità di popolo”, preconizzata da Paolo VI6, perché Gesù, il “Santo di oggi”, è presente e vivo in mezzo al suo popolo.

 

Vedendo crescere l’Opera

 

In tutti questi anni le possibilità di incontrare Chiara sono state certamente più frequenti, non tanto per la vicinanza geografica, quanto per il desiderio espresso da Chiara che ogni realtà dell’Opera di Maria collaborasse con lei nel periodo di fondazione.

 

Inoltre ho avuto la possibilità di avere frequenti contatti col cuore dell’Opera di Maria e partecipare direttamente al suo consolidarsi, seguendo il lavoro di stesura degli Statuti Generali, fino alla loro approvazione.

 

È stato meraviglioso seguire il diffondersi dell’Ideale di Chiara in nuove nazioni, il nascere delle cittadelle di testimonianza, l’aprirsi dei vari dialoghi con tutte le realtà ecclesiali, con le altre Chiese cristiane, con le grandi religioni, con persone di altre convinzioni.

 

In questa ricchezza di confronti con la cultura contemporanea e con i vari ambiti della vita sociale, ho concluso che siamo di fronte ad un carisma che è la risposta di Dio al mondo di oggi e di domani, un vero segno dei tempi.

 

In questi anni, la partecipazione agli incontri dei responsabili delle zone dell’Opera, dei responsabili dei religiosi in Svizzera e al Centro, sempre con la presenza di Chiara, mi ha permesso di cogliere in maniera sempre più profonda quale sia, secondo l’ispirazione di questo carisma, la visione del mondo, della Chiesa, delle Famiglie religiose e della società.

 

Mi ha sempre colpito la fedeltà e la decisione con la quale Chiara portava l’Opera ad essere sulla terra l’incarnazione perfetta di quel disegno che Dio le aveva mostrato in un particolare momento di luce nel ’49.

 

Contemporaneamente, tale forza si esprimeva con una pazienza e una misericordia pressoché infinite, affinché tutti potessero maturare secondo i ritmi e i tempi di Dio. Molte volte mi sono trovato a ringraziare Dio per essere stato contemporaneo della fondatrice e pensavo ai primi compagni di Francesco o di Ignazio. Quale grazia, ma anche quale responsabilità!

 

Sempre in Dio

 

Chi ha potuto incontrare Chiara, anche solo per un saluto, è rimasto colpito dalla luce che emanava dagli occhi, dal sorriso aperto e sereno, dalla semplicità e normalità degli atteggiamenti. Quando l’ho potuta avvicinare, dopo i diversi incontri cui ho partecipato e nei quali lei era presente, sono sempre rimasto colpito dall’amore particolare per ciascuno, dal suo profondo ascolto, e, successivamente, dalla saggezza delle risposte da lei suggerite, o meglio, suggerite da Qualcuno, cioè, dallo Spirito Santo che c’era in lei. E lo si vedeva attraverso i suoi occhi.

 

Un’altra esperienza, che mi ha toccato in profondità, è aver visto Chiara in occasione di una giornata in mezzo al pubblico, ad esempio in occasione della festa di santa Chiara. Da come si muoveva, si notava come fosse in una unione con Dio costante, sia durante l’Eucarestia, sia donando la sapienza, sia durante il pranzo, sia nel momento della ricreazione. Per lei vivere nel soprannaturale era diventato naturale, uno stile di vita.

 

 

 

1 FF: 2745; 2749.

 

2 Testamento, FF: 116.

 

3 Regola bollata, FF 75.

 

4 FF: 2745.

 

5 FF: 133.

 

6 Cf. G.B. Montini, Discorsi su la Madonna e sui Santi (1955-1962), Milano 1965, pp. 499-500.

 

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