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Cultura > Cinema

Un film sulla “leggenda”

di Mario Dal Bello

In sala “A Complete Unknown”, dedicato a Bob Dylan. Ed anche “Babygirl” con Nicole Kidman

Una foto di scena del biopic su Bob Dylan ‘A Complete Unknown’, Roma, 28 novembre 2024. ANSA/UFFICIO STAMPA SEARCHLIGHT PICTURES +++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY +++ NPK +++

È ovviamente candidato all’Oscar il film diretto da James Mangold con cura maniacale di luoghi, ambienti e personaggi adatti a far riesplodere il mitico cantautore ‒ 83 anni – che negli anni ’60 fu una rivoluzione musicale, trasformando un perfetto sconosciuto in una icona del Pop con tanto di Nobel per la letteratura.

Si raccontano solo gli anni dal 1961 al 1965, quando il ragazzo neppure ventenne dalla chioma folta e dalla camminata curva travolge il Newport Folk Festival. Cinque dollari, un taccuino pieno di versi, un passaggio in autostop e il giovane approda nella Grande Mela con la chitarra, canzoni travolgenti e socialmente impegnate. Melodie che scorrono lungo l’intero film rivivendo un periodo unico in cui Bob si lancia, compone musiche dal sapore universale, in un percorso umano di amori difficili, lotte, dubbi, solitudine e messaggi che vanno oltre il suo tempo.

Il film è bello, musicalmente accattivante, ricco di ritmo, di scene corali e personali che svelano l’uomo Dylan ‒ difficile da trattare, come sanno le donne che ha avuto e non solo ‒, eppure dotato di un talento che si direbbe “profetico”. Lo impersona dopo un lavoro pluriennale insieme al regista la giovane star Timothée Chalamet che canta, si muove, ride e si arrabbia come Bob senza “essere” lui, perché, per quanto l’attore dia il suo massimo, l’originale è irrappresentabile. Ci sono anche altri attori consumati: Edward Norton, Monica Barbaro che si cala nel ruolo della mitica Joan Baez e del suo rapporto tormentato con Dylan, Elle Flaming che incarna gli amori giovanili del Genio. Film perfetto per gli Oscar, recitato con amore e godibilissimo dall’inizio alla fine.

Nicole Kidman. Ansa EPA/SARAH YENESEL

Altra cosa è invece Babygirl, dove Nicole Kidman “è” anima e corpo – molto, forse troppo, esposto – di una donna in carriera, sposata con un marito amorevole (Antonio Banderas), due figlie adolescenti educate a rapporti liberi, ma insoddisfatta sessualmente. Lei è potente al lavoro in una grande azienda, perfetta in casa, ma si rode per l’insoddisfazione. Perciò quando un attraente, scaltro ed anche poco limpido stagista, Samuel (Harris Dickinson) le fa una corte alla lontana, lei cede lentamente alla seduzione e la donna forte diventa una fragile vittima sessuale di un giovane insano, di nascosto dal marito e dall’azienda, ma fino ad un certo punto, perché poi il gioco verrà alla luce. Si ricompatterà la famiglia dopo che lei sarà soddisfatta?

Il thriller erotico va a fondo ‒ vorrebbe – nei recessi intimi della femminilità e Nicole offre una performance molto  vissuta che le ha fruttato la Coppa Volpi a Venezia. Il film però ha diviso la critica perché l’argomento, non nuovo al cinema, si è sviluppato come una relazione tossica più che in uno scavo autentico dei sentimenti e con un certo voyerismo.

Riproduzione riservata ©

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