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Cultura > Cinema

Maria, cioè la Callas

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Il regista Pablo Larrain conclude la trilogia sulle grandi donne, dopo Jackie Kenndy e Lady Diana, con il film Maria su Maria Callas. Un’opera di notevole spessore.

L’attrice Angelina Jolie e il regista Pablo Larrain alla prima londinese di “Maria” al BFI London Film Festival, il 18 ottobre 2024. Foto EPA/TOLGA AKMEN

Non è la biografia consueta, delle serie televisive, tipo Callas e Onassis. Ma è il ritratto della donna, prima che della Diva, nell’ultima settimana di vita. L’ombra della morte che apre il film aleggia sull’intero racconto, tra flashback in bianco e nero che raccontano i traumi di una giovinezza in Atene presa dai tedeschi, le incomprensioni con la madre, e poi la corte spietata del “brutto” ma fascinoso Onassis, forse il solo uomo che lei abbia amato, nonostante i suoi tradimenti e che le abbia impedito di cantare, in pratica l’abbia condannata a morire, chiudendola in una gabbia dorata.

La musica infatti era la sua ragione di vita ed il film ripercorre i trionfi di Tosca, Norma, Anna Bolena, Madama Butterfly sull’onda dei ricordi della Diva, ormai sola e depressa, nella casa signorile di Parigi tra i cani, i domestici fedeli che la amano, cercano di aiutarla a non abusare dei farmaci che le fanno del male e la inducono a visioni del passato che la faranno morire.

Maria morirà volentieri, ora che i suoi ultimi tentativi di resuscitare la voce andranno falliti. La morte – «tipica di noi greci» – dirà lei- sarà onnipresente. «Del resto, la musica fiorisce solo dal dolore», insisterà ancora lei con un giovane intervistatore.

La originalità del film sta nell’aver colto che Maria “era” i personaggi tragici che riviveva veramente sul palcoscenico, tutti destinati a morire come La Traviata e che lei, nella sua vita”da opera” e da Diva, altera e capricciosa, incarnava.

Eppure, questa Diva era una donna sola, fragile, bisognosa di vivere da ragazza, sognare e soprattutto scoprire l’amore.

Certamente, il film senza la presenza di Angelina Jolie difficilmente avrebbe potuto esistere. Lei ha insieme lo charme, l’altezzosità, il corpo, il volto e la debolezza della cantante, circondata da attori perfetti come Valeria Golino (la sorella Jakinti), Haluk Bilginer (Onassis) e poi Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher (i domestici Ferruccio Mezzadri e Bruna Lupoli).

Con una opportuna colonna sonora e una ricostruzione perfetta degli ambienti fastosi e di Parigi, il racconto commuove per la sua verità e in particolare per l’assenza di agiografia. Angelina-Maria è rivissuta come importante presenza non solo vocale ma fisica, con uno studio attento, senza lusinghe per celebrare il genio del canto, ma con la sospensione, il timore degli ultimi giorni e di quella morte inevitabile. Il film è bello, non veloce, struggente in alcuni momenti, vero. Da non perdere.

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