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Cultura > Arte e Spettacolo

La sposa triste

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova


Riaperta all’ammirazione dei visitatori la pompeiana Villa dei Misteri, dopo un restauro innovativo

Affresco di Villa dei misteri a Pompei

Della Villa dei Misteri e del celebre ciclo di affreschi dionisiaci che hanno dato il nome a questa lussuosa dimora del suburbio di Pompei ho già scritto in un precedente itinerario. Se ora ritorno sull’argomento è perché, nell’ambito del “Grande Progetto Pompei”, progetto che riguarda la più imponente opera di restauro e valorizzazione mai messa in atto per la città sepolta dal Vesuvio, s’è da poco concluso il restauro integrale della Villa, ora di nuovo accessibile al pubblico dopo circa due anni di lavoro. Gli interventi hanno interessato tutte le decorazioni, da quelle ad affresco ai mosaici pavimentali, restituendo ai dipinti, grazie alle innovative tecniche col laser, la freschezza e la vivacità di quando, tra il 1929 e il 1930, vennero riportati alla luce dal grande archeologo Amedeo Maiuri.

 

Chi ricordava il loro stato precedente rimane oggi senza parole di fronte ai risultati raggiunti. E, ovviamente, stupore e ammirazione toccano il culmine nella celeberrima stanza n. 5, ossia il salone sulle cui pareti dipinte si susseguono, come fotogrammi di un film, le varie scene relative alla celebrazione dei misteri sacri a Dioniso. Misteri che dovevano essere noti solo agli iniziati, maschili o femminili che fossero, e assolutamente interdetti agli estranei: è il motivo per cui ci sono pervenute scarse notizie al riguardo, dando così adito, da parte degli studiosi, a diverse e anche contrastanti interpretazioni circa il significato reale di certe scene. Sembra comunque che questa megalografia (le figure sono a grandezza quasi naturale) voglia rappresentare al tempo stesso un rito di iniziazione dionisiaco e i preparativi alle nozze di una giovane donna altolocata. 

 

Solenne e ieratica si svolge la cerimonia dipinta, che su uno sfondo di pannelli d’un rosso vivo, separati da lesene nere, vede mescolati esseri mortali, dei, semidei e altre figure del corteo divino. Prevalgono quelle femminili: ben diciassette, a meno che qualcuna non raffiguri la stessa donna  in una scena diversa. Gli dei: Dioniso con la madre Semele (secondo altri Arianna); ed è ancora Dioniso piccolo, per qualcuno, il bambino che legge da un rotolo la formula di iniziazione. A questi vanno aggiunti Pan, divinità dei campi, con una sua corrispondente femminile, un sileno, tre satiri, un demone alato femminile e due amorini. La pacata solennità del rito, accompagnata dal canto e dal suono della cetra (il sileno) e della siringa (il satiro), viene interrotta da alcuni episodi che esprimono spavento (la donna atterrita), dolore (la donna piangente accasciata in grembo alla compagna, dopo aver subìto la flagellazione rituale ad opera dal demone alato), esaltazione rituale (la baccante che danza facendo risuonare i cembali).

 

Si rimane soggiogati dal senso di sacro e di mistero che aleggia in questo salone o sacrario familiare, dove pochi dovevano avere accesso. Ma ciò che personalmente più mi colpisce, anche perché reso ancor più evidente dal restauro, è il senso di malinconia che esprimono gli sguardi dei personaggi, soprattutto quelli della giovane sposa che si pettina assistita dai due amorini. Sembra di avvertire, in questa rappresentazione pagana, il presagio di un mondo che sta per finire. Dioniso, il dio della trasgressione e dell’entusiasmo, celebra qui la fine del suo regno. La gioia verrà da un altro, da Cristo.

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