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Cultura > Arte e Spettacolo

L’ultimo dei ribelli: Lou Reed

di Franz Coriasco

- Fonte: Città Nuova


Un altro grande del rock ci ha lasciati. Ha incarnato per quasi mezzo secolo l'anima più scura e inquieta dello “spirito rock”. Un poeta – oltreché un musicista di grande talento – capace di raccontare i propri tempi senza mai genuflettersi agli imperativi dello star-system

Lou Reed

Addio vecchio Lou. Se n'è andato anche lui, come tanti altri artefici dell'epopea rockettara: carico di gloria, di successi e di eccessi. La storia e il destino non guardano i pedigree per emettere i propri verdetti e Lou Reed, icona impareggiabile del trasgressivismo rock fin dalla metà dei Sessanta, non ha fatto eccezione.

Con i suoi Velvet Underground ha scritto pagine memorabili di un'epopea sempre in precario equilibrio tra creatività e provocazione, tra sincerità e menzogna, tra genio e sregolatezza. Ovviamente il tempo aveva smussato di molto gli antichi ardori, ma non fino al punto di fargli abiurare l'attrazione per quegli aspetti oscuri della vita che avevano sempre nutrito la sua creatività.

Figlio ribelle di una famiglia dell'alta borghesia ebraica newyorkese, il più maudit di tutti i maudit ci ha lasciato brani memorabili: dai primi capolavori, nati sotto l'egida del mentore Andy Warhol, ai suoi trasformismi d'autore dei Settanta, da classici memorabili come Sunday Morning, Femme Fatale o Walk on the wild side alle ultime imprese (pochi dischi e molti concerti, in verità).

Un grande artista, padre di generazioni di epigoni più o meno sinceri, ma anche un padre fondatore, e ispiratore di altri grandi: dai Television a Bowie, da Patti Smith (forse il suo più credibile alter ego femminile) fino a Laurie Anderson, con cui si sposò nel 2011. Dal rock psichedelico a quello decadente, da musa dei primi punker a sperimentatore avanguardista, dalle collaborazioni col regista Wim Wenders alle più recenti liason artistiche coi Gorillaz e i Metallica, il vecchio Lou ha sempre "tenuto botta" nonostante un fisico ormai irrimediabilmente debilitato: fregandosene del susseguirsi delle mode, dei diktat dello show-business (le interviste con lui erano quasi sempre una mission impossible), e di quell'aura da sopravvissuto che ne accompagnava regolarmente le uscite pubbliche degli ultimi anni.

Di lui restano undici album realizzati con i Velvet (più della metà incisi dal vivo), una ventina di album solisti e una decina di apparizioni cinematografiche, quasi sempre interpretando sé stesso. A suo modo un pioniere, ma destinato a diventare una delle voci enciclopediche imprescindibili per chiunque ambisca a capire, almeno in parte, che cos'è stato e cosa continuerà ad essere il rock.

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