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Cultura > Arte e Spettacolo

L’identità perduta di figli e padri

di Giuseppe Distefano

- Fonte: Città Nuova


“L’arma”, di Duccio Camerini è una messinscena complessa per struttura, recitazione, ritmo. La trama racconta di un uomo che, falliti i suoi obiettivi, diventa un barbone e cresce una trovatella come se fosse la sua arma contro la società

“L’arma” (How Long is Now)

Il testo è complesso. La messinscena è difficoltosa per struttura, recitazione, ritmo. Il tema è arduo. Parla dell’identità, della perdita di essa o del suo sdoppiamento. La storia de “L’arma”, di Duccio Camerini, è quella di un uomo che ha fallito i propri obiettivi (tradito dalla moglie), che si autoemargina dalla società (diventando barbone), e fugge da sé stesso. Scappa in un luogo sperduto – una baracca in un bosco di montagna, luogo metafisico – e cresce una trovatella (non sappiamo se rapita in modo incidentale ancora neonata o se abbandonata a lui dalla madre) come fosse la propria "arma per combattere la società".

«La manipolazione della sua identità come atto di protesta contro il mondo – spiega il regista Aureliano Amadei, regista di cinema (suo il pluripremiato e autobiografico film “Venti sigarette”) alla sua prima prova teatrale, che del testo ne farà anche un film – in realtà nasconde solo un disagio invisibile, il rifiuto delle regole di un mondo che non accetta il dubbio».

La ragazzina non conosce niente delle leggi del vivere, intende solo i precetti ossessivi che le ha lasciato il padre surrogato, insegnamenti per difendersi dall'aggressività del mondo. Ma quando questi muore i suoi convincimenti vacillano. La ragazza si ritroverà improvvisamente col trentaduenne figlio legittimo dell’uomo, messosi intanto alla ricerca del padre, e giunto troppo tardi nella sperduta baita. Il rapporto tra i due scardina gli equilibri e modificherà la loro vita.

Più che personaggi i tre protagonisti sono dei caratteri che si rincorrono nel testo attraverso i diversi tempi in cui cade il momento decisivo dell’esistenza di ciascuno. Per ognuno di loro, in maniera diversa, il confronto con le violente attese dell’esterno, sarà determinante. Compiranno un viaggio di andata e ritorno nelle proprie illusioni, mostrandoci esclusivamente un punto di vista privato, intimo, un tassello, come fosse un fotogramma, un primo piano.

Con taglio cinematografico, tra continui scarti temporali e spaziali, il regista muove la messinscena. Su un fondale di nuvole grigie e una scena cosparsa di esili alberi recisi, colloca gli attori su una sorta di zattera, mobile e praticabile – con botole, scale, un ceppo d’albero con un’accetta conficcata – che essi trascinano orizzontalmente tirando una fune, dalla quale emergono nel loro parlare frontale o in dialoghi che, in realtà, sono monologhi: il racconto dei propri pensieri, delle proprie anime, che lentamente si intrecciano e compongono la loro comune storia di figli e non figli.

Difficile e dura, ma umanissima, fatta di presenza per lei e di assenza per lui, sempre di un padre che, nel bene e nel male, ha lasciato un vuoto. Pur nella difficoltà di una regia che fatica a dipanare snodi e raccordi drammaturgici penalizzando una più immediata immersione nel mondo interiore e concreto dei protagonisti, sono bravissimi e credibili i tre interpreti di tre generazioni diverse, Giorgio Colangeli, Andrea Bosca e la quindicenne Mariachiara Di Mitri.

“L’arma” (How Long is Now), di Duccio Camerini, regia di Aureliano Amadei, scenografia Tommaso Garavini e Fabiana Di Marco, costumi Daniela Ciancio, disegno luci Vittorio Omodei Zorini. Al teatro Il Vascello di Roma, fino al 12 maggio.

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