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Cultura > Arte e Spettacolo

Hunger

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Duro, ma non claustrofobico, il film sulla morte in prigionia di Bobby Sands. Val la pena vederlo.

Hunger

Non perdetevi – è già in sala dal 27 aprile – l’occasione di riscoprire la Camera d’Or a Cannes 2008. Cioè Hunger, di Steve McQueen, dove uno straordinario – davvero, per una volta – Michael Fassbinder, prima del trionfo del sopravvalutato Shame, si mostra perfetto nel dar vita e corpo alla resistenza di Bobby Sands, che morirà per sciopero della fame nella prigione nordirlandese di Long Kesh, a 27 anni il 5 maggio 1981.
 
Duro, il film non è claustrofobico, anche se si svolge all’interno del carcere e se l’impianto è spiccatamente teatrale. In realtà, il film potrebbe essere anche intitolato “la passione di Bobby Sands”, perché il regista pare vederlo come un Cristo doloroso che accetta volontariamente di morire per una causa che crede giusta.
 
Nel colloquio intensissimo infatti tra Bobby e il prete, la discussione sulla moralità o meno della decisione di lasciarsi morire lascia il posto a qualcosa che supera l’idea del suicidio per affermare quella  del martirio volontario.
 
Film di corpi, per una volta il corpo nudo e sempre più martoriato di Sands e dei prigionieri – la scena dei poliziotti che li bastonano ricorda certe “andate al Calvario” dei film cristologici – esprime davvero l’intensità dell’anima. Formidabile il racconto della lunga agonia di Sands con gli occhi sbarrati, l’impossibilità di parlare alla madre accanto, che prega e capisce, il dolore e la luce su quello sguardo che si spegne. E i lunghi, interminabili ma densi, silenzi.
 
Film di corpi, si diceva, e di orrori – escrementi, vestiti, sporcizia, sangue – che prendono lo stomaco e fanno bene al cuore e alla mente. Ma anche film di pietà, non solo per Sands. Ma anche per il poliziotto picchiatore, giovane e dagli occhi ingenui, che piange di lato mentre i colleghi massacrano i prigionieri. E pure per il poliziotto maturo, che ogni mattina si lava le nocche delle dita impregnate del sangue dei detenuti e che finisce anche lui, vittima in qualche modo, nel sangue.
 
Il regista non fa commenti. Presenta la “passione” dentro la luce di un Caravaggio illividito e scarno, provocando nello spettatore non disprezzo ma, alla fine, amore. Per la libertà e la vita. Nonostante tutto. Val la pena vederlo. Non però con i bambini, come l’incauta coppia che mi sedeva accanto.
 

Riproduzione riservata ©

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