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Italia > Società

Un punto fermo

di Stefano Biondi

- Fonte: Città Nuova

Articolo 1. «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro». Non sul denaro e la rendita ma sul lavoro. È lo splendore della dignità umana che sta alle fondamenta della Repubblica.

Un artigiano all’opera

Il rifiuto dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, il lavoro come affermazione della persona in sé, a prescindere dal diritto alla giusta retribuzione. Non certo il lavoro servile, la condizione “alienata” di chi non ha controllo del proprio tempo e della propria attività.

Ne deriva la necessità, secondo l’articolo 3, di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando, di fatto, la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Come scriveva Igino Giordani, uno dei costituenti, «non far lavorare l’uomo è come non farlo respirare, è un principio di omicidio». Si comprende perciò il senso dell’articolo 4: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» assieme al «dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».

Si tratta, perciò, sempre di rimuovere ostacoli e «rendere effettivo» un diritto che è anche un dovere. Non nel significato osceno della scritta «il lavoro rende liberi», che campeggiava all’ingresso dei campi di concentramento nazisti. Ma gli ultimi decenni ci hanno spalancato scenari imposti da un’esternalizzazione della produzione su scala mondiale dove è riemerso addirittura lo schiavismo, assieme ad un conflitto indotto tra lavoratori, territori e istituzioni.

La stessa presenza del cosiddetto caporalato, che in Italia impiega non solo i braccianti immigrati, non può non interpellare le nostre coscienze assuefatte a quella «banalità del male» che accetta la riduzione del lavoro a merce, cioè la sua forzata separazione dalla persona.

La flessibilità che diventa precarietà dell’esistenza anche familiare, la continua erosione dei diritti sottoposti a pressioni senza alternative, sono il pane quotidiano di coloro che, ogni giorno, cercano di «rendere effettiva» la centralità della persona.

Certe volte si vive come prede pronte per essere consumate. È la conseguenza di aver deciso di condividere il peso dell’altro per “uscirne fuori” assieme. A cominciare dall’evidenza di una crisi che riguarda, prima della finanza, la concezione dell’essere umano e della sua dignità inalienabile. Il fondamento della “casa comune” .

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