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Cultura > Arte e Spettacolo

A proposito di Corpo celeste

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

L’opera prima di Alice Rohrwacher e la sua visione del cristianesimo italiano e del nostro Sud

corpo celeste

Alice Rohrwacher, sorella della più famosa attrice Alba, esordisce nel lungometraggio, presentando alla Quinzaine questa sua opera prima. L’argomento non è nuovissimo: la tredicenne Marta, dopo dieci anni di Svizzera, ritorna con la madre (Anita Caprioli) e la sorella diciottenne a Reggio Calabria. È un mondo “altro” in cui la ragazzina fa le prime scoperte adolescenziali nel rapporto con sé stessa, il proprio corpo e la realtà intorno. Che è spesso squallida, nella natura violentata dal cemento, nella città dove superstizione, politica, fede sono mescolate in un nodo inestricabile.

 

Marta deve cresimarsi. La regista descrive a lungo l’ambiente parrocchiale. Un parroco carrierista, preso dai soldi, dalla raccolta di voti per il politico locale e freddo nella vita spirituale affidata alla parrocchiana di buona volontà – che l’accudisce – e insegna catechismo al gruppo di ragazzi ben poco coinvolti. I formulari di preghiere che Marta e gli altri imparano, al suono di musiche televisive, diventa qualcosa di esteriore e di convenzionale. La figura del vescovo anziano, manovrato da un segretario dalla faccia truce, è poi tutt’altro che simpatica. Squallore ambientale e spirituale.

 

Il film all’inizio arranca, ma verso la metà prende ritmo e trova forse il momento migliore nel breve ritratto di un vecchio prete solo e abbandonato come il crocifisso che precipita nel torrente. Opera prima e non folgorante, Corpo celeste – nonostante le dichiarazioni in contrario della regista – presenta al pubblico – francese e non – una visione di un cristianesimo italiano esteriore e superficiale, di una Chiesa gestita da persone fredde o indisponenti, priva di giovani. Ovviamente, situazioni del genere possono esistere – e la gente di Chiesa, nel caso, farà bene a rifletterci -, ma il film ha il torto di generalizzare: questo infatti sarà quello che il pubblico coglierà. L’insistenza poi su una Calabria tratteggiata nei suoi lati meno positivi, suona come una visione preconfezionata, e a dire il vero, per nulla coraggiosa, come sarebbe logico aspettarsi da un’opera esordiente. Invece ci troviamo di fronte ad un ennesimo lavoro di carattere “intimista” – con situazioni peraltro già viste – e, diciamolo con chiarezza, sottilmente anticlericale, ed in più con il consueto sguardo sul Sud primitivo, che suona anche, a ben vedere, irrispettoso.

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