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Mondo > Europa

Un percorso travagliato verso l’indipendenza

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova

Le Nazioni unite forniscono dati allarmanti sulla ripresa delle violenze in Sud Sudan. I vescovi, tuttavia, si dicono fiduciosi e lanciano un appello al dialogo

sud sudan

Almeno 800 morti, quasi 94 mila sfollati, 300 mila profughi in rientro e almeno sette diverse milizie che si affrontano: questo, secondo i dati delle Nazioni Unite rilasciati il 13 aprile, il bilancio delle violenze in Sud Sudan quest’anno. Il referendum dello scorso febbraio, in cui la parte meridionale del Paese si è espressa alla quasi unanimità per l’indipendenza, se da una parte ha rinvigorito le speranze per il futuro, dall’altra ha fornito l’occasione ai ribelli per riprendere gli scontri.

 

L’Onu si dice preoccupata soprattutto per le ripercussioni negative che questi avranno sullo sviluppo del Paese, in quanto i ribelli – in particolare gli ugandesi della Lord’s Resistance Army, LRA – devastano i campi coltivati e terrorizzano i contadini, impedendo loro di lavorare e di garantire le già di per sé magre scorte di cibo.

 

Intanto i vescovi sudanesi riuniti a Juba hanno lanciato un appello alla calma di fronte al ritorno della violenza, rifiutando la retorica dell’odio e scegliendo la via del dialogo: «Siamo rattristati – hanno affermato in un comunicato – di fronte al fatto che la nostra gente è stata abituata a ricorrere alla violenza per risolvere le dispute etniche, religiose o politiche». Diventa quindi necessario «cambiare il nostro cuore per cambiare il Sudan».

 

Il vescovo ausiliario di Khartoum, mons. Daniel Adwok, ha comunque affermato che «questi incidenti rallenteranno il progresso, ma non faranno svanire il desiderio della gente di ottenere l’indipendenza». Ha inoltre aggiunto che, essendo gli scontri limitati dal punto di vista territoriale, non si aspetta che arrivino a minacciare la conclusione del processo di costituzione del nuovo Stato o che facciano ripartire la guerra civile; tuttavia, «la miglior cosa da fare adesso è rispondere insieme alla gente alla domanda chiave: qual è la radice delle tensioni? Se non lo facciamo subito, tra qualche mese le violenze si allargheranno».

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