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Cultura > Arte e Spettacolo

Il Partenone una montagna sacra

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Il grande tempio dorico, con i propilei candidi e le rovine sfuggite alle ruberie sa ancora comunicare un senso di divino e di purezza che conferma l’idealizzazione dell’uomo e dell’arte

Il Partenone

Galleggia nel plenilunio notturno. Rosseggia all’aurora. Si fa morbido quando piove. Sempre, è una presenza. Maestosa ma leggera.  E’ il Partenone. Atene si adagia su per colli e montagne in una sterminata periferia. La città sacra, l’Acropoli, con il monumento, svetta su di essa come qualcosa che protegge e custodisce la città asmatica.

 

Si sale per una strada ripida, per giungere all’altura calcarea della “montagna sacra”. Non è casuale questa definizione: passando infatti tra le rovine del teatro di Dioniso e quello di Erode Attico, accanto agli scarsi resti di quell’Areopago dove Paolo lanciò il messaggio cristiano alla cultura ellenistica, si avverte che ci si sta avvicinando a qualcosa di sacro. Misterioso, inafferrabile, eppure vicino. I monumenti di questa gigantesca “città alta” si rivelano poco a poco finchè ci si aprono i Propilei di un candore abbagliante: questi marmi perseguitati dal tempo e dagli uomini, si alzano nelle colonne, negli architravi ad introdurre alla maestosa visione del Partenone.

Ci sono certo dei luoghi in Europa dove il sacro è tangibile e si rivela attraverso la grandezza delle forme scultoree pittoriche e architettoniche: le cattedrali di Chartres e Reims, la città di Toledo, la Piazza dei Miracoli a Pisa, san Pietro in Vaticano, la Valle dei templi ad Agrigento o le rovine di Selinunte. Qui tuttavia esso acquista la forza di una “elevazione dell’anima” immediata e spontanea, da dar l’impressione di toccare il divino da subito.

 

Il grande tempio dorico dalle colonne scanalate come una partitura musicale, benché lacerato dagli insulti dei secoli e dalla ruberie degli uomini (le sculture acquistate da lord Elgin e finite al British Museum di Londra),  è una presenza parlante e viva. Domina l’area con i resti monumentali, ma non incombe. Spazia sull’altura da cui si vedono il mare e i monti lontani e al di sotto la vita cittadina, i l cui rumore tuttavia qui non arriva. Dal quinto secolo prima di Cristo esso resiste, con le metope ormai sfigurate dallo smog e le rare sculture rimaste sotto il frontone a testimoniare la potenza di un’arte che non è solo – come spesso si crede – olimpica serenità, ma vita. Infatti, quando si scende al moderno e stupendo Museo dell’Acropoli e si viene a contatto diretto con i marmi, ci si conferma che la classicità non é solo idealizzazione dell’uomo, ma forza e vita, in movimento o stasi, eppure sempre ripiena di “grazia”.

 

Questa realtà nell’Acropoli si concretizza in forme architettoniche ora lievi – come la loggetta delle Cariatidi – ora grandiose, come appunto il tempio dedicato alla vergine (parthène, in greco) Atena, il Partenone .. Il mondo greco qui sentiva la presenza tangibile del divino.

Che in esso acquistava il senso della luce. L’arte greca è infatti sostanziata di luminosità. Come nelle sculture dei kouroi e delle korai- cioè dei giovani e delle giovani – così nelle costruzioni è la luce ad esaltare la levigata brillantezza del marmo, a incunearsi fra le trabeazioni e dare anima alla materia. Una luce molto pura che è ciò che rende l’Acropoli una presenza, come si diceva, maestosa e lieve. E il Partenone qualcosa di molto diverso dalle costruzioni occidentali- romane, rinascimentali, barocche o moderne -, perché di esse è la madre originaria, di una armonia irripetibile e raramente raggiunta.

 

Così che di fronte alla selva di colonne, ai frontoni lacerati e agli spazi dove passa un’aria serena, oltrepassando le gru per i restauri che quasi “offendono”, non si possono che fare pensieri di bellezza e di pace. Ogni impurità dell’anima qui si fa impossibile.

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