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Cultura > Arte e Spettacolo

Arrivederci Mario

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Mario Monicelli, padre della commedia all’italiana, si è tolto la vita. Ricordo di un regista capace di far ridere e pensare.

mario monicelli

Si è tolto la vita, come suo padre. Che aveva scoperto lui stesso, suicida in casa, da ragazzo. Una fine a sorpresa da parte di un uomo di 95 anni che sembrava amare appassionatamente la vita. Ne aveva dato prova in decine di film, inventandosi nel 1958 la “commedia all’italiana”, un genere tutto nostro, costellato di capolavori: Guardie e ladri, I soliti ignoti, La grande guerra, Tutti a casa, L’armata Brancaleone… fino all’ultimo, Le rose del deserto, del 2006. Un film che la critica aveva maltrattato, pur col rispetto dovuto ad un grande del cinema.

 

Ricordo, durante la proiezione riservata alla stampa, eravamo ben pochi a ridere. Invece, il film era una summa di tutto ciò che Monicelli era e diceva: un uomo rimasto una sorta di adolescente capriccioso e dispettoso, vulnerabile e poetico, voglioso di ironizzare – e con che causticità – sui difetti dei “grandi”.

 

La sua “commedia umana” di estrazione boccaccesca qualcuno l’ha paragonata a quella di Balzac. Credo che Monicelli avesse una qualità che al romanziere francese difettava: una complicità di fondo col mondo su cui pure ironizzava, uno spiritello tutto italiano, che aveva radici antiche, italiche. Con gli anni questo spiritello aveva aumentato la dose caustica, tingendosi di amarezza. Amava il cinema, ed era certo che, anche se le sale fossero state chiuse, non sarebbe mai morto.

 

Lui se n’è andato, probabilmente perché, malato di tumore, temeva di non poter sopravvivere «ad una vita che non è vita», come aveva detto. Era in verità molto solo: per scelta, viveva in un appartamento nello storico rione Monti. Un giorno, pranzavo proprio nel rione insieme ad un grande attore, Paolo Bonacelli. Vicinissimo a noi, al tavolo accanto, sedeva Mario, mangiando di gusto. Ci presentammo, scambiammo delle battute, Paolo fu molto affettuoso con lui: erano amici. Mi impressionò il suo sguardo, anche qualche mese fa (l’ultima volta che l’ho visto): era scuro, ironico. Si notava, dietro, un dolore molto forte: credo che si fosse portato appresso le ferite dell’adolescenza. Forse la sua poesia più grande l’inventava osservando le tragedie umane, italiane e universali – guerra, corruzione, povertà, vizio… – trasformandole, con un gioco irridente, in una commedia dove tragedia e comicità si danno la mano. In una miscela agrodolce, perché così è la vita. Capace di far ridere e pensare. Dopo, nessuno è stato più come lui, nel cinema italiano… Ma tutti hanno imparato da lui.

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