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Cultura > Arte e Spettacolo

Storie di padri

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Presentati Il padre e lo straniero di Ricky Tognazzi e Haeven, di Susanne Bier. Dal nostro inviato.

alessandro gassman

Forse è la figura oggi più misconosciuta, un ruolo cui si è abdicato per molto tempo e che diventa difficile riapprendere. Ricky Tognazzi ne Il padre e lo straniero, tratto dal romanzo di Giancarlo De Cataldo, parla di Diego (Alessandro Gassman) padre di un bambino disabile, che incontra fortuitamente – così sembra – Walid (Amr Waked), un misterioso siriano padre anch’egli di un bambino malato. La storia è quella di una amicizia che si fa sincera e che, tra vicende che hanno del poliziesco, farà in modo che il giovane romano impari veramente a fare da padre, accettando l’infermità del figlio e ricomponendo il rapporto distante con la moglie.

 

Il film non è certo un capolavoro e le debolezze di scrittura, le incongruenze narrative e alcuni personaggi superflui (come il maggiore dei Servizi segreti interpretato da Leo Gullotta) non giovano alla sua linearità. Tuttavia, i temi trattati – l’accettazione di un figlio minorato, la complicità tra padri nell’accettarlo, la forza dell’amicizia virile – sono reali, narrati con convinzione, e riscattano, anche grazie all’interpretazione di Gassman, le deficienze di un lavoro troppo prolisso, cui qualche sforbiciata avrebbe solo fatto del bene. Nonostante tutto, è positivo il fatto che ancora una volta i cinema italiano si misuri sulla figura paterna: un segnale di attenzione crescente su questo ruolo “tutto da imparare”.

 

Altro è lo spessore di Haeven, il film danese di Susanne Bier che intreccia le vicende di due padri – anche qui – con due ragazzi adolescenti. I ragazzi, il sensibile Christian, figlio di un medico che opera in Sudan, e l’introverso Elias, che odia il padre dopo aver perso la madre, diventano pericolosamente amici e vengono trascinati in un gioco distruttivo, causato dalla loro solitudine e dal dolore. La tragedia tuttavia non solo unisce le due famiglie, ma lega i figli ai padri, i quali recuperano il loro ruolo e l’armonia familiare grazie alla sofferenza dei figli. Anche qui le tematiche sono complesse, ma il film riesce a toccare per l’icasticità delle immagini – anche quelle delle violenze in Sudan, per cui è stato contestato da questo governo – e dei sentimenti, senza alcuna concessione al facile happy end.

È la misura con cui la vicenda viene raccontata dalla regista a far sì che il film non scivoli nel lacrimoso o nell’inutilmente drammatico, ma manifesti nella crudezza, come nell’affetto, il difficile mestiere di padre.

Riproduzione riservata ©

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