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Cultura > Arte e Spettacolo

Il surrealismo a Firenze

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Attraverso cento opere esposte a Palazzo Strozzi, un viaggio nel mondo intellettuale e fantastico che ha rivoluzionato la pittura del secolo ventesimo.

de chirico

Attraverso 100 opere, un viaggio nel mondo intellettuale e fantastico che ha rivoluzionato la pittura del secolo ventesimo. De Chirico, in primo luogo, e poi Magritte, Ernst, Balthus, passando attraverso Carrà e Morandi, Stoecklin, Nathan, Pierre Roy e Savinio.

 

La mostra recita come sottotitolo “uno sguardo nell’invisibile”. Ma non si tratta di una ricerca della metafisica tradizionale, della volontà di scoprire cosa c’è al di là di quello che si vede, si sente e si tocca. De Chirico per primo e poi dietro a lui, con personalissime variazioni, gli altri, esplorano l’invisibile che è dentro l’uomo. L’orizzonte metafisico tradizionale – l’Assoluto, lo Spirito, Dio – è scomparso oltre quei limiti colorati in gialloverde delle piazze di De Chirico, dei mari di Magritte, delle rocce antropomorfiche di Max Ernst.

 

E’ una pittura squisitamente “mentale”, che indaga l’inconscio, l’invisibile mondo dei sogni degli incubi dei desideri inespressi o irrisolti. I manichini dechirichiani, come il lucente Trovatore, immagine dell’artista-vate-profeta che è senz’occhi per non guardare fuori ma solo “in sé”, è lavoro di fattura geometrica, di rigore spaziale matematico.

 

Assente dal mondo che lo circonda, come le creature degli anfratti di Ernst o gli uomini con bombetta di Magritte o come certi interni di ambigua luminosità di Balthus. Pittura egocentrica, arte di una solitudine che sembra eterna e di silenzi assordanti. Così questi artisti esigono che lo spettatore “ritrovi il suo stesso isolamento e il silenzio del mondo”. Nella civiltà rumorosa della macchine, dei suoni ancestrali e delle guerre mondiali, quest’arte chiede riflessione, meditazione.

 

Arte difficile, dis-umana, fatta di geometrie, di nostalgie – le “Muse” dechirichiane con frammenti neoclassici o prati fioriti -, di notturni densi e lividi (Il senso della notte di Magritte); di visioni simboliche come “Il giardino trappola per aeroplani” di Ernst o di tele come quelle iperluminose e iperrealistiche di Pierre Roy, che sembrano foto perfette di una natura che non esiste più e ora viene usata come simbolo nostalgico di eternità.

 

Quest’arte che va oltre il reale per coglierne il simbolo, per trovare l’anima, si trasforma nei mille rivoli delle diverse interpretazioni. Ma anche delle contestazioni, come quella di Morandi che, suggestionato per un breve periodo da De Chirico, ritrova poi sé stesso, ovvero il calore delle cose singole che parlano e sono vive- siano pure bottiglie o vasi.

 

La dimensione intellettuale, raziocinante, che sta sotto la produzione surrealista farà in modo che gli stessi artisti non si accontentino più di descrivere emozioni, sensazioni, sentimenti, ma pensieri. Arte quindi filosofica, che si chiede il perché delle cose. Eppure, nonostante le dichiarazioni, questi pittori vibrano di un amore per la creazione del tutto particolare. Ogni oggetto animato o inanimato, ogni suggestione onirica, per quanto controllata, rivela che per essi tutto ha una grande dignità: una bombetta, una roccia, una nave. Per il solo fatto di esistere. Non è poco.

 

De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus. Uno sguardo nell’invisibile. Firenze, Palazzo Strozzi. Fino al 18/7 (catalogo Mandragora)

Riproduzione riservata ©

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