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In profondità > Spiritualità

Cristiani, persone rassegnate?

di Tonino Gandolfo

- Fonte: Città Nuova

Il Natale è occasione per riscoprire come il cristiano non sia chiamato a chiudersi nel proprio piccolo mondo, ma ad impegnarsi per far emergere i semi dell’amore.

albero di natale

«Natale è detta la “festa della bontà”… ma a che serve fare il bene, se poi vieni ricambiato con l’ingratitudine o l’indifferenza? A che serve essere onesti, se tanti guardano soltanto ai propri interessi e ti voltano le spalle appena tu hai bisogno di loro? Il mondo ha sempre conosciuto violenze, ingiustizie, maltrattamenti… non sarò certo io a cambiare il volto di questa società …».

 

Oggi sembra risorgere forte la tentazione di chiudersi nel proprio piccolo mondo, contenti se gli altri “disturbano” il meno possibile. Eppure c’è un’espressione di Gesù che non può non far riflettere chi dice di “credere” in lui: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me!». E credere non significa soltanto sapere in qualche modo che lui è esistito duemila anni fa, ma – come afferma Giovanni: «Chi dice di credere in lui, deve comportarsi come Lui si è comportato».

 

«Tutti», dice Gesù: non c’è nessuno, neppure il più “mascalzone”, escluso dalla sua opera redentiva, il suo amore vuole raggiungere tutti. «Innalzato da terra»: la croce di Gesù è un momento acuto di sofferenza morale e spirituale: la solitudine, l’ingratitudine, la vendetta dei farisei, l’abbandono dei discepoli… C’è un rapporto tra la visione di quel mondo in cui “tutti” sono chiamati a convivere come figli dello stesso Padre e la “sofferenza” di Gesù: è questa che genera quello. Se oggi noi non vediamo ancora un mondo unito, forse è perché i tempi (che conosce soltanto Dio) non sono ancora maturi, ma forse anche perché i suoi discepoli hanno paura a seguire il suo esempio.

 

Una creatura come noi lo ha seguito, condividendo il suo destino fino ad immedesimarsi nella sua sofferenza: Maria. Di fronte alla “spada” che ha trafitto il suo cuore la sua reazione non è stata quella del pianto disperato o dell’accusa, ma di un amore rinnovato e dilatato: «Donna, ecco tuo figlio».

L’amore nuovo di Maria non è stato una compensazione a quanto aveva perso, ma continuare in modo nuovo lo stesso amore portato a suo Figlio.

 

Si crede, talvolta, che il cristianesimo conduca ad atteggiamenti remissivi o addirittura irresponsabili, frutto di coscienze addormentate nella lotta contro le ingiustizie. Il cristiano non è uno che chiude gli occhi di fronte al male, agli scandali, alle oppressioni, ma crede che solo la strada di Gesù può costruire una società veramente giusta: non la strada della vendetta, dell’odio, dell’indifferenza, della lotta fatta dal di sotto. Attende l’alba di un mondo nuovo ed è pronto a pagare di persona, buttandosi attivamente là dove non vede emergere i semi dell’amore o dove sono stati cancellati.

 

Tutto questo non soltanto nelle grandi occasioni, ma nelle circostanze più comuni di ogni giorno, in quelle che Robert Kennedy chiamava le croci “volgari” che più si è tentati di evitare. Il Vangelo presenta Maria in un atteggiamento inconsueto per chi si trova di fronte a qualcosa che lo ferisce o lo sconcerta: «Tornò a casa, rimeditando nel suo cuore quello che le era capitato».

 

Forse, se di fronte a ciò che ci fa male sapessimo rientrare “dentro” di noi per ritrovarvi la voce di Colui che si è fatto luce e senso della nostra vita, troveremmo la forza di non cedere alla tentazione del risentimento, del rancore o della vendetta. Nel difendere le nostre ragioni e i nostri diritti, sapremo trovare che le ragioni più profonde sono quelle che ci portano a non spezzare il rapporto con i nostri fratelli.

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