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In profondità > Viaggi papali

Il papa alla Chiesa ungherese: accogliamo migranti e bisognosi

di Vittoria Terenzi

- Fonte: Città Nuova

Nelle tre parole chiave pronunciate durante il suo discorso – pace, Europa e accoglienza -, Francesco sintetizza concetti forti del suo pontificato

ungheria
AP Photo/Andrew Medichini

L’Ungheria ha accolto papa Francesco in un clima di gioia e di speranza. C’è anche la consapevolezza dell’eccezionalità del momento, poiché è la seconda volta che papa Francesco si reca in Ungheria: la prima volta era andato per il Congresso eucaristico internazionale e adesso torna per la visita apostolica. Oltre all’Italia, nessun altro Paese è stato visitato da lui due volte. Francesco arriva «come pellegrino, amico e fratello di tutti», come aveva espresso durante l’ultimo Angelus.

«Cristo è il nostro futuro» è il motto di questi due giorni in Ungheria, un futuro che si può edificare solo costruendo la pace, lavorando insieme in uno sforzo comune di accogliere e mettere al centro la persona. Tre le parole chiave pronunciate durante l’incontro con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico: pace, Europa, accoglienza.

Papa Francesco sottolinea che la pace non viene dal «perseguimento dei propri interessi strategici, bensì da politiche capaci di guardare all’insieme, allo sviluppo di tutti: attente alle persone, ai poveri e al domani; non solo al potere, ai guadagni e alle opportunità del presente». Poi, ricordando l’anniversario dei 150 di fondazione della città di Budapest, nata dall’unione di Buda Óbuda a ovest del Danubio con Pest situata sulla riva opposta, dice: «La nascita di questa grande capitale nel cuore del continente richiama il cammino unitario intrapreso dall’Europa». Budapest è il «centro di un Paese che conosce il valore della libertà e che, dopo aver pagato un alto prezzo alle dittature, porta in sé la missione di custodire il tesoro della democrazia e il sogno della pace».

In questo momento storico così difficile, spiega il papa, l’Europa è chiamata a «unire i distanti, accogliere al suo interno i popoli e non lasciare nessuno per sempre nemico». È dunque essenziale «ritrovare l’anima europea: l’entusiasmo e il sogno dei padri fondatori, statisti che hanno saputo guardare oltre il proprio tempo, oltre i confini nazionali e i bisogni immediati, generando diplomazie capaci di ricucire l’unità, non di allargare gli strappi».

Papa Francesco, esprime il sogno di un’Europa «che non sia ostaggio delle parti» o «preda di populismi autoreferenziali»; che non segua «“colonizzazioni ideologiche”, che eliminano le differenze, come nel caso della cosiddetta cultura gender, o antepongono alla realtà della vita concetti riduttivi di libertà, ad esempio vantando come conquista un insensato “diritto all’aborto”, che è sempre una tragica sconfitta».

L’Europa sia, invece, «centrata sulla persona e sui popoli, dove vi siano politiche effettive per la natalità e la famiglia», dove «nazioni diverse siano una famiglia in cui si custodiscono la crescita e la singolarità di ciascuno».

Budapest è anche «città dei santi», ricorda Francesco e, citando l’esempio di santo Stefano che diceva che chi arriva con lingue e tradizioni diverse che giunge «adorna il paese», introduce il tema dell’accoglienza. «È un tema», ammette, «che desta tanti dibattiti ai nostri giorni ed è sicuramente complesso». Ma per i cristiani «l’atteggiamento di fondo non può essere diverso da quello che santo Stefano ha trasmesso, dopo averlo appreso da Gesù, il quale si è identificato nello straniero da accogliere».

Proprio pensando a Cristo «presente in tanti fratelli e sorelle disperati che fuggono da conflitti, povertà e cambiamenti climatici, che occorre far fronte al problema senza scuse e indugi». È questo un tema che riguarda tutti, quindi occorre affrontarlo insieme, e ricorda che «è  urgente, come Europa, lavorare a vie sicure e legali, a meccanismi condivisi di fronte a una sfida epocale che non si potrà arginare respingendo, ma va accolta per preparare un futuro che, se non sarà insieme, non sarà».

Nel corso dell’incontro con il clero, i consacrati, i seminaristi e gli operatori pastorali, nella cattedrale di Santo Stefano, il papa ha spiegato che a tutti, ma in particolare ai sacerdoti, è richiesto «uno sguardo misericordioso, un cuore compassionevole, che perdona sempre, che perdona sempre, che perdona sempre, che aiuta a ricominciare, che accoglie e non giudica e non caccia via, e che incoraggia e non critica, serve e non chiacchiera».

Questo atteggiamento, ha aggiunto il papa, «ci allena all’accoglienza, un’accoglienza che è profezia: cioè a trasmettere la consolazione del Signore nelle situazioni di dolore e di povertà del mondo, stando vicini ai cristiani perseguitati, ai migranti che cercano ospitalità, alle persone di altre etnie, a chiunque si trovi nel bisogno. Avete in tal senso grandi esempi di santità, come san Martino. Il suo gesto di dividere il mantello con il povero è molto più che un’opera di carità: è l’immagine di Chiesa verso cui tendere, è ciò che la Chiesa di Ungheria può portare come profezia nel cuore dell’Europa: misericordia, prossimità».

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