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Cultura > Cinema

L’uomo fragile

di Mario Dal Bello

È Pierfrancesco Favino, protagonista di Promises (Promesse), il film diretto dalla scrittrice del romanzo, Amanda Sthers.

L’attore PIerfrancesco Favino, a destra, e la regista Amanda Sthers posano alla XVI edizione della Festa del Cinema di Roma, 17 ottobre 2021. (AP Photo/Domenico Stinellis)

Davvero gli autori di un romanzo di successo sono poi adatti a sceneggiare e dirigere il film che ne viene tratto? Non sempre, e lo si vede in questo caso.

È la storia dell’uomo fragile, Alexander, napoletano nato in Inghilterra, condotto per strada da un nonno egocentrico (Jean Reno, bravissimo) ed esposto in balia di un romanticismo che lo porta ad essere amante, padre, marito ed ex marito, nonno e poi anziano sulle soglie della speranza futura.

Un uomo che è molti uomini, caratteri, personaggi, ossia un microcosmo della ex virilità che si scopre piena di crepe, di frustrazioni, di errori. Il sesso forte certo sono le donne, non gli uomini che vanno e vengono nell’attimo fuggente.

Il vero protagonista infatti è il tempo che fugge inesorabile e se ne accorgono i personaggi maschili, cioè Alexander e il suo gruppo di amici inglesi d’infanzia che condividono con lui sbornie e successi, melanconie e fughe nel passato, errori e stanchezze. Lui, Alexander, è vissuto nell’agiatezza ed ha avuto davanti a sé una vita piena di promesse: amore, successo, amicizie. Ma il prezzo da pagare è alto, perchè la vita non fa sconti, soprattutto l’amore che egli cerca, trova, distrugge e rimpiange. La donna che ha amato per tutta la vita (Kelly Reilly) non è mai riuscito a farla sua, la sua identità anglo-italiana lo ha mantenuto diviso in sé stesso, la sua esistenza è quella di uno che si è lasciato trascinare dagli eventi senza mai fermarsi o prendere una vera posizione.

Lui è Alexander a Londra, Sandro in Italia: ma alla fine chi è veramente?

Quante domande escono in questo film lussuoso, dalla bella fotografia, recitato benissimo, in particolare da Favino per cui sembra scritto appositamente, ma pure insistito, un po’ ripetitivo, forse compiaciuto.

L’uomo, il maschio è fragilissimo, il cinema lo sta dicendo continuamente. Qui, visto e sceneggiato da un’ottica femminile, lo sembra ancora di più. Fa commuovere il romanticismo del personaggio che lo rende instabile, schizofrenico anche, un inconcludente innamorato, ma per fortuna da anziano rientrato in sé stesso, aperto ad una possibile speranza, forse finalmente maturato.

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