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Mondo > Crisi umanitaria

Fuggire dall’Honduras

di Alberto Barlocci

- Fonte: Città Nuova

In 9 mila ed in piena pandemia stanno disperatamente affrontando un viaggio da incubo. Cercheranno di entrare illegalmente negli Usa, attraversando illegalmente il Messico. Ma per loro è sempre meglio della situazione dalla quale fuggono. Alcune pennellate di una crisi umanitaria che si tarda a dichiarare tale

Carovana di migranti Honduregni contro la polizia del Guatemala (AP Photo/Sandra Sebastian)

Se in Italia il canale di Sicilia rappresenta una delle vie di fuga dalla miseria e dall’incubo della guerra e della violenza che si vive in gran parte dell’Africa, se guardate la cartina del continente americano vedrete che Guatemala e Messico sono la più probabile via di fuga da una situazione simile, patita da centinaia di migliaia di honduregni, salvadoregni e dagli stessi guatemaltechi. Anche qui, tanti si avventurano, sfidando la morte, per disperazione.

Prima di giudicare, proviamo ad avere almeno pietà di migliaia di preadolescenti e adolescenti che si arrischiano per riunirsi con i loro genitori dei quali non hanno notizie; per mamme e papà che fuggono coi loro figli per evitare di cadere nelle mani delle maras, bande criminali che impongono atroci leggi di fedeltà a suon di pallottole; pietà per i contadini che hanno perso tutto con gli uragani Eta e Iota e non vogliono finire nelle mani dei narcotrafficanti; pietà per chi è stanco di essere vessato dalla polizia, dalle forze armate o dal politico che domina la zona; pietà per chi sceglie tra fame e violenza di raggiungere una meta possibile, pur incerta e insicura. Perché tenteranno la sorte attraversando un Messico costellato di fosse comuni, con più di 36 mila omicidi l’anno, e il 98% di questi delitti resteranno impuniti, con almeno 50 mila desaparecidos. Non mancherà chi approfitterà di questa massa di diseredati, spogliandoli anche del poco che hanno con sé.

Ecco chi sono i 9 mila che in mezzo a una pandemia letale sono partiti dall’Honduras formando una nuova carovana che sta cercando di attraversare il Guatemala, per arrivare alla frontiera col Messico, per poi raggiungere la frontiera con gli Stati Uniti, dove si arrischieranno a entrare illegalmente. Cronaca di un’illegalità annunciata.

Parlare di irresponsabilità, in questi casi, significa voler mettere a posto la propria coscienza rinunciando a comprendere cosa accade. Trump li ha trattati da stupratori e narcotrafficanti. In realtà, molti di coloro che riescono ad approdare nella terra promessa statunitense diventano parte degli 11 milioni di illegali che consentono a migliaia di aziende di ottenere mano d’opera a buon mercato. Basta mandare in giro un pick-up e raccogliere tutte le mattine i 7-8 disposti a lavorare senza contratto, senza diritti né garanzie. L’economia Usa ne beneficia da anni. Per questo anche Trump ci ha pensato due volte prima di sloggiarli.

Messico, Guatemala e Honduras sono la zona immediata, il cortile sul retro che per la politica Usa è stata spesso l’America Latina, secondo la vecchia dottrina Monroe: l’America agli americani. Cioè: qui comandiamo noi. E se in Messico non è proprio facile comandare, in Guatemala e Honduras sì, lo è. La composizione dell’esecutivo honduregno deve essere gradita a Washington. Quando nel 2009 giunse al potere un politico sgradito (le elezioni possono produrre imprevisti) nel giro di poco tempo venne spedito all’estero in pigiama da un colpo di stato nel quale ebbe un ruolo determinante la Casa Bianca. Ci vollero due anni per raggiungere una parvenza di legalità, e alla fine l’ambasciatrice statunitense esclamò soddisfatta: “Ho rimesso le cose a posto”. La sovranità sembra un concetto relativo nello “Studio ovale”. La sfilza di presidenti corrotti che si succedono nei due Paesi centroamericani e la permanente crisi istituzionale nella quale versano spiega molto dell’incapacità di intervenire sulle cause di questa marea di disperazione, che cerca di fuggire dal triangolo più violento del mondo: Guatemala, El Salvador e Honduras.

Siamo da tempo in presenza di una crisi umanitaria non dichiarata che quattro anni di trumpismo hanno cercato di mettere al di là di un muro. C’è da sperare che il vento dalla Casa Bianca cominci a rispettare la sovranità di questi Paesi soci commerciali e che favorisca la promozione di piani di sviluppo. Che è la vera risposta alla disperazione. E c’è da augurarsi che, contraddicendo il famoso libro di Cronin, questa volte le stelle non stiano a guardare. Tardi è sempre meglio che mai.

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