A Torino c’è un crocevia chiamato Rondò della Forca. Si chiama così perché, per diversi decenni nell’Ottocento, fu il luogo in cui venivano eseguite pubblicamente le condanne a morte mediante impiccagione. Giuseppe Cafasso, nativo di Castelnuovo d’Asti, sacerdote ed ora santo, accompagnava spiritualmente numerosi condannati a morte, confortandoli fino all’ultimo istante. Per questo è stato soprannominato “il prete della forca”. Nel luogo che rappresentava il potere della giustizia punitiva e della morte, la statua che è stata lì eretta a sua memoria ricorda la compassione per chi stava per morire, anche quando era un condannato.
Ma Giuseppe Cafasso è stato anche il padre spirituale di una serie di personaggi eccezionali che saranno poi chiamati “santi sociali” di Torino. Due di loro erano nativi del suo stesso paesino dell’astigiano: don Giovanni Bosco e Giuseppe Allamano. Poi ci sono Leonardo Murialdo, Francesco Faà di Bruno e i coniugi Giulia e Tancredi Barolo. Solo per citare i più conosciuti.
Don Bosco, il santo dei giovani, inventò l’oratorio, o meglio lo reinventò perché era già stato creato da san Filippo Neri ma poi dimenticato. Fondò l’oratorio di Valdocco e la congregazione salesiana per educare i ragazzi poveri, offrendo istruzione, formazione professionale, amicizia e un’atmosfera di famiglia. Giuseppe Cottolengo dedicò la vita agli ammalati poveri, alle persone con disabilità e a chi non trovava accoglienza negli ospedali, avviando la Piccola Casa della Divina Provvidenza, conosciuta come Cottolengo.
Leonardo Murialdo si occupò dei giovani lavoratori e degli apprendisti, cercando di offrire educazione, protezione e opportunità professionali. Faà di Bruno, scienziato e matematico, si dedicò alle donne povere e alle ragazze giunte in città senza protezione. Giuseppe Allamano fondò i missionari e le missionarie della Consolata, promuovendo l’annuncio del Vangelo e l’assistenza alle popolazioni più povere nel mondo. Giulia di Barolo, con suo marito Tancredi, mise le proprie risorse al servizio dei più fragili, dedicandosi alle carcerate, alle ragazze in difficoltà e agli orfani. Tutti questi avevano avuto un precursore d’eccezione: Sebastiano Valfrè, che nel Seicento anticipò molti aspetti della spiritualità sociale che sarebbe diventata caratteristica di Torino.
Tutti erano mossi da una stessa idea, anche se declinata in modalità diverse: che la fede debba trasformarsi in opere, strutture e relazioni capaci di restituire dignità alle persone. Non si limitarono a consolare chi soffriva: cercarono di rispondere ai bisogni concreti della società del loro tempo, anticipando in diversi modi forme di assistenza ed educazione organizzate. È singolare che tutti questi personaggi bazzicassero più o meno nello stesso periodo, più o meno nello stesso posto, poi definito il “chilometro quadrato della carità”.
Giorni fa, con la firma del protocollo istituzionale, è stato avviato il percorso di candidatura per il suo riconoscimento come “Patrimonio universale” dell’UNESCO. Nell’occasione l’arcivescovo Roberto Repole ha detto: «Credo che il più grande patrimonio dell’umanità sia l’umanità stessa. E ciò che è accaduto nell’Ottocento in questa porzione di Torino ci dice appunto che si può rimanere umani insieme a tutte le donne e gli uomini, a cominciare dagli ultimi». Ha poi aggiunto: «Questa candidatura significa valorizzare la dimensione universale del modello di welfare, solidarietà ed emancipazione… e costituisce un patrimonio prezioso per il mondo intero». È singolare che le opere iniziate da questi santi sociali 200 anni fa siano ancora vive. Un esempio è il Distretto Barolo che consiste in 14 edifici nei quali hanno sede 17 realtà civili e ecclesiali, dedicate a opere sociali – tra queste la Pastorale Migranti della diocesi – che aiutano circa 15.000 persone ogni anno. Nel Distretto lavorano più di 100 operatori e 400 volontari. Come hanno sottolineato il sindaco di Torino e il presidente della Regione Piemonte in occasione della firma del protocollo, questa candidatura ha un significato anche politico, perché intende candidare la “carità come stile di vita”.
